Fonte: Climate&Capitalism - 28.07.2026

Concentrarsi sui consumi dei lavoratori distoglie l’attenzione dai veri criminali del clima e blocca o ritarda i cambiamenti che sono realmente necessari.





La protagonista del brillante romanzo di Barbara Kingsolver, Flight Behavior, è Dellarobia Turnbow, la cui dura vita in una piccola fattoria del Tennessee viene sconvolta dagli effetti del cambiamento climatico. In una scena particolarmente significativa, un ambientalista in visita alla fattoria le chiede di firmare un impegno a ridurre la propria impronta di carbonio. La sua famiglia dovrebbe, ad esempio, mangiare meno carne rossa.

«Ma sei pazzo? Sto cercando di aumentare il nostro consumo di carne rossa».
«E perché mai?»
«Perché i maccheroni al formaggio non bastano, ecco perché».[1]

Ogni proposito del suo impegno per uno stile di vita ecologico è altrettanto irrilevante. Le dice di investire in fondi comuni e azioni socialmente responsabili, di portare a casa gli avanzi del ristorante in contenitori Tupperware e di volare meno - e questo a una donna che non può permettersi né di viaggiare né di mangiare al ristorante, e che non investirà mai in borsa. Nessun cambiamento che Dellarobia possa apportare avrà alcun effetto sulla crisi climatica.

Quella scena è immaginaria, ma fin troppo reale. Gran parte di ciò che oggi viene spacciato per pensiero ecologico considera il cambiamento climatico e altri problemi ambientali come fallimenti della responsabilità personale che possono essere risolti cambiando le proprie abitudini di consumo. Se tutti guidassero meno, comprassero prodotti biologici, mangiassero meno carne, risparmiassero acqua, compostassero gli avanzi, abbassassero il riscaldamento e sostituissero le lampadine, tutto andrebbe bene.

Nel libro illuminante It’s On You, gli scienziati comportamentali Nick Chater e George Lowenstein distinguono tra due spiegazioni contrapposte dei problemi sociali, che definiscono i-frame e s-frame. La prima sottolinea l’azione individuale, mentre la seconda si concentra sul cambiamento del sistema. Non sorprende che gli interessi delle grandi aziende abbiano fortemente sostenuto gli approcci basati sull’i-frame.

Le aziende e interi settori industriali che traggono vantaggio dallo status quo hanno capito che possono efficacemente deviare la pressione o il cambiamento sistemico che potrebbero minacciare i loro modelli di business - cambiamenti politici che potrebbero influire negativamente sui loro profitti - riformulando i problemi passando dall’s-frame all’i-frame… ben sapendo che tali misure difficilmente avranno un impatto significativo sui problemi che apparentemente prendono di mira, e quindi rappresentano una minaccia minima per i loro profitti aziendali…

«Questo è il gioco di prestigio delle aziende: puntare l’attenzione sull’i-frame, agire sull’s-frame; manipolare le regole del gioco ma incolpare i singoli cittadini per qualsiasi male sociale che ne derivi».[2]

La versione più efficace e ingannevole di questo gioco di prestigio si chiama "impronta di carbonio" (carbon footprint). Coniato per la prima volta alla fine degli anni ’90, era originariamente un concetto tecnico per confrontare gli impatti climatici di paesi con popolazioni diverse. Nel 2004 è diventato un termine di moda ampiamente utilizzato, quando l’agenzia pubblicitaria Ogilvy & Mather lo ha adottato per dare un’immagine ecologica alla seconda compagnia petrolifera non statale più grande del mondo.

La British Petroleum (BP) si era recentemente rinominata Beyond Petroleum, per trasmettere un’immagine rispettosa dell’ambiente.[3] Nell’ambito di tale iniziativa, Ogilvy& Mather ha ideato una campagna pubblicitaria di enorme successo che ha spostato la responsabilità delle emissioni di gas serra dalle compagnie petrolifere ai singoli individui e alle famiglie. La BP ha speso centinaia di milioni di dollari in annunci pubblicitari che riportavano diverse varianti di questo messaggio:

«Che cos’è, in fin dei conti, l’impronta di carbonio? Tutti nel mondo ne hanno una. È la quantità di anidride carbonica emessa ogni anno a causa dell’energia che consumiamo. Calcola l’entità dell’impronta di carbonio della tua famiglia, scopri su bp.com/carbonfootprint come puoi ridurla, e come noi stiamo riducendo la nostra».[4]

Altri annunci recavano titoli come «È ora di passare a una dieta a basse emissioni di carbonio», «Anche le auto dovrebbero mangiare le verdure» e «Passa a emissioni di carbonio più basse».

È stata una delle campagne pubblicitarie di maggior successo di sempre. Un grande gruppo che gestiva pozzi petroliferi, raffinerie, oleodotti, petroliere e quasi 19.000 stazioni di servizio in tutto il mondo è riuscito a scaricare la colpa del cambiamento climatico sui singoli consumatori. Calcolare l’impronta di carbonio della propria famiglia è diventato un progetto scolastico molto diffuso. Anche altre aziende hanno messo a disposizione strumenti di calcolo, così come molte ONG e governi. Oggi, gli utenti di cellulari possono scaricare app dedicate all’impronta di carbonio che promettono di «aiutarti a intraprendere il tuo percorso ecologico, rendendoti consapevole del tipo di cibo che consumi, dei tuoi spostamenti, del consumo idrico e delle tue abitudini di acquisto».[5]

Che sia cartaceo o elettronico, il calcolo dell’impronta di carbonio è fondamentalmente semplice: si sommano tutte le emissioni di gas serra provenienti da ogni fonte e le si attribuiscono ai consumatori finali, per poi ripartirle in base al presunto utilizzo di ciascun consumatore.

I numeri che ne risultano possono essere interessanti, ma sono irrilevanti se l’utente non può controllare il contenuto di carbonio dei beni di prima necessità - e la maggior parte delle persone non può farlo. Uno studio condotto nel 2007 dagli studenti del Massachusetts Institute of Technology ha rilevato che un senzatetto negli Stati Uniti, una persona senza auto che mangiava nelle mense per i poveri e dormiva nei rifugi, emetteva comunque (secondo la metodologia del calcolatore dell’impronta di carbonio) 8,5 milioni di tonnellate di gas serra, più del doppio della media mondiale.[6] E quella persona non poteva farci nulla.

Le emissioni più ingenti sono fuori dal controllo personale. Sono legate alle reti elettriche, alle catene di approvvigionamento alimentare, agli edifici, ai sistemi di trasporto e altro ancora: sistemi dai quali nessun individuo può sfuggire. La stragrande maggioranza della popolazione mondiale non ha alcuna scelta significativa riguardo al fatto che l’elettricità che alimenta le proprie case provenga dal carbone o dall’eolico; che abbia accesso ai mezzi pubblici o debba guidare l’auto per andare al lavoro; che il cibo che può permettersi sia stato prodotto dall’agricoltura industriale. Queste decisioni vengono prese dalle grandi aziende e dalla legislazione che le stesse aziende hanno plasmato.[7] Per la maggior parte delle persone, una vita a basse emissioni di carbonio semplicemente non è possibile.

Come hanno dichiarato gli studenti del MIT, esistono «limiti molto significativi alle azioni volontarie volte a ridurre gli impatti, sia a livello personale che a livello nazionale»[8].

Come scrive lo studioso di questioni ambientali Michael Maniates, il mito della vita ecologica è «del tutto errato, sia dal punto di vista teorico che empirico».

La triste verità sull’ambientalismo legato allo stile di vita è che le opzioni “verdi” a disposizione - dal rinunciare ai sacchetti di plastica al mangiare meno carne, dal guidare veicoli elettrici al volare meno, dall’evitare le cannucce di plastica a tutto il resto che viene propagandato come “verde” - sono complessivamente irrisorie se confrontate con la portata e la velocità degli attuali attacchi all’ambiente. Talmente irrisorie, che anche se tutti gli abitanti del pianeta facessero del loro meglio per vivere in modo ecologico, l’impatto cumulativo non sarebbe comunque neanche lontanamente sufficiente a compensare, e tanto meno a invertire, la distruzione ambientale che si sta ora verificando a livello planetario. Quando i sostenitori della vita ecologica esclamano che ogni piccolo gesto conta, sono come un medico che prescrive il Panadol o l’ibuprofene per una malattia potenzialmente letale. Certo, potrebbe aiutare in misura marginale, ma il suo effetto terapeutico è, nella migliore delle ipotesi, una distrazione dal trattamento necessario e più aggressivo».[9]

L’ecofemminista Chris Cuomo espone un’argomentazione simile:

«È un fatto importante, ma raramente sottolineato, che le riduzioni che i consumatori medi possono controllare - come le emissioni domestiche e i trasporti personali - non sono sufficienti a riportare le concentrazioni di gas serra a livelli più sicuri, poiché il consumo domestico e i trasporti personali rappresentano una fetta significativa ma minoritaria delle emissioni totali di gas serra a livello mondiale…

«Le scelte che la maggior parte delle persone è in grado di prendere riguardo all’uso dell’energia e della tecnologia sono determinate da fattori esterni, e l’uso dei combustibili fossili è intrecciato nella routine domestica o nella cultura locale in modi che sono molto difficili da modificare senza causare altri problemi. Il potere e il controllo sono fattori determinanti, poiché molte persone hanno scarso controllo sulle proprie scelte generali sul consumo energetico, come sull’accessibilità ai trasporti pubblici, al cibo coltivato localmente o alle fonti di energia rinnovabile».[10]

Ciò non significa che tutte le forme di consumo personale siano esenti da colpe. Come ho scritto in Sink the Superyachts!*, alcuni individui molto ricchi potrebbero facilmente ridurre le loro enormi emissioni se solo lo volessero, e tali riduzioni avrebbero un impatto significativo. Ma concentrarsi sul consumo quotidiano dei lavoratori distoglie l’attenzione dai veri criminali del clima e blocca o ritarda i cambiamenti che sono realmente necessari.


Note

* Questo articolo di Ian Angus ancora in forma provvisoria è apparso su Climate&Capitalism (https://climateandcapitalism.com/2026/07/11/sink-the-superyachts/) e confluirà come capitolo nel suo libro di prossima pubblicazione intitolato Social Murder.


[1] 
Barbara Kingsolver, Flight Behavior: A Novel, HarperCollins, 2012, p. 127.

[2] Nick Chatere George Loewenstein, It’s On You: How the Rich and Powerful Have Convinced Us that We’re to Blame for Society’s Deepest Problems, Hachette, 2026, pp. 11, 12. Corsivo nell’originale.

[3] L'immagine di BP come azienda attenta all'ambiente ha subito un duro colpo nel 2010, quando la sua piattaforma petrolifera Deepwater Horizon è esplosa nel Golfo del Messico, causando la morte di undici lavoratori e provocando il più grave disastro ambientale nella storia degli Stati Uniti. Le indagini hanno accertato che l'esplosione è stata causata dai tagli ai costi operati da BP: l'azienda si è dichiarata colpevole di omicidio colposo e ha pagato oltre 13 miliardi di dollari di multe. Alla faccia della riduzione dell'impronta di carbonio.

[4] Julie Doyle, Where Has All the Oil Gone? BP Branding and the Discursive Elimination of Climate Change, in Nick Heffernan e David Wragg (a cura di), Culture, Environment and Eco-Politics, Cambridge Scholars Press, 2011.

[5] T.M. Amrita, These 8 Apps Help Me Track My Impact on the Earth, How-To Geek (website), 24 aprile 2025.

[6] David Chandler, Leaving our mark, «MIT News», 16 aprile 2008.

[7] Peter C. Frumhoff, Richard Heede e Naomi Oreskes, The Climate Responsibilities of Industrial Carbon Producers, «Climatic Change» 132, 2015, pp. 157-171.

[8] Ibid.

[9] Michael Maniates, The Living Green Myth, The Promise and Limits of Lifestyle Environmentalism, Polity Press, 2025, pp. 12, 17.

[10] Chris Cuomo, Climate Change, Vulnerability, and Responsibility, «Hypatia», Autunno 2011.

 

Ian Angus

Traduzione a cura della Redazione di Antropocene.org

Fonte: Climate&Capitalism 28.07.2026


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