Fonte: Monthly Review - 01.07.2026
Esaminando la crisi strutturale del capitalismo dal punto di vista economico, Prabhat Patnaik mette in luce due aspetti che sono emersi con forza nell’attuale congiuntura. Il primo è la stagnazione, la disoccupazione e l'inefficacia della spesa pubblica come contromisura, a causa del potere del capitale finanziario. Il secondo è la crisi strutturale del capitalismo post-bellico, che ha perso le sue colonie e non ha più uno "spazio esterno" da sfruttare per scaricare le proprie contraddizioni. Esso assume particolare rilevanza in relazione alla strategia economica di Trump, che mira a una ricolonizzazione economica non solo attraverso il soft power, ma anche tramite l’azione militare diretta.

Ci sono almeno due aspetti economici importanti nell’attuale crisi strutturale del capitalismo. Il primo è la stagnazione generale e l’aumento della disoccupazione con cui il capitalismo mondiale, nella sua fase neoliberista, si trova a dover far fronte. In molti casi, come negli Stati Uniti, l’aumento della disoccupazione è mascherato da una riduzione del tasso di partecipazione al mercato del lavoro, ma la sua realtà è innegabile. La stagnazione era evidente già prima della pandemia: il tasso di crescita dell’economia mondiale nel decennio 2010-2019 è stato inferiore a quello di qualsiasi decennio precedente, dopo la Seconda guerra mondiale.
Aumento della quota di plusvalore e sovrapproduzione ex ante
La ragione di questa stagnazione risiede nella natura stessa del capitalismo neoliberista, che ha visto un massiccio aumento della disuguaglianza di redditi e di ricchezza all’interno di ciascun Paese. Poiché il capitale, compreso quello finanziario, gode di una mobilità globale più o meno libera sotto il regime neoliberista, mentre i lavoratori rimangono confinati nei rispettivi paesi (salvo quando è espressamente consentito loro di migrare), i lavoratori dei paesi avanzati competono di fatto con i lavoratori a basso salario del Sud Globale, verso cui il capitale può sempre essere delocalizzato. Di conseguenza, i lavoratori dei paesi avanzati non registrano alcun aumento dei propri salari reali nemmeno in termini assoluti: Joseph Stiglitz ha stimato che nel 2011 il salario reale medio di un lavoratore americano di sesso maschile fosse leggermente inferiore a quello del 1968.[1]
Allo stesso tempo, a prescindere da qualsiasi trasferimento di attività dal Nord al Sud, le ingenti riserve di manodopera del Sud - eredità del passato coloniale - non si esauriscono. Al contrario, esse aumentano rispetto alla forza lavoro impiegata, a causa del sostanziale incremento della produttività del lavoro che si verifica ovunque in seguito all’adozione di sempre più rapidi cambiamenti tecnologici, conseguenti all'intensificazione della concorrenza nel mercato mondiale sotto il regime neoliberista. La mancata diminuzione delle riserve di manodopera, implica che i salari reali nel Sud globale rimangono più o meno vicini ad un livello di sussistenza.
Pertanto, sia al Nord che al Sud l'andamento dei salari reali aumenta di poco, nonostante la produttività del lavoro cresca rapidamente, determinando un aumento della quota di surplus economico sia a livello mondiale che all’interno dei singoli paesi.[2] Poiché i lavoratori, rispetto a coloro che vivono del surplus economico, destinano mediamente al consumo una quota maggiore del proprio reddito, un aumento della quota di surplus economico ha l’effetto di contenere la domanda di consumo e, quindi, la domanda aggregata* rispetto alla produzione realizzabile. Ciò a sua volta dà origine a una tendenza ex ante alla sovrapproduzione, di cui la stagnazione e l'aumento della disoccupazione, effettivamente riscontrati, sono manifestazioni.[3]
Tuttavia, ciò che colpisce del capitalismo neoliberista, non è solo questa tendenza alla stagnazione e all’aumento della disoccupazione; ancora più sorprendente è il fatto che la contromisura più efficace contro di essa - vale a dire un aumento della spesa pubblica - diventa più o meno inefficace nel quadro del capitalismo neoliberista. Affinché un aumento della spesa pubblica, al fine di contrastare la stagnazione, porti ad un aumento del livello della domanda aggregata, esso deve essere finanziato o tramite un deficit di bilancio - nel qual caso, anche se aumenta la domanda statale nessuno viene tassato ulteriormente e quindi il consumo non diminuisce - oppure attraverso una maggiore tassazione dei ricchi - che risparmiano una parte del loro reddito, cosicché il loro consumo non diminuisce dell'intero ammontare delle imposte aggiuntive, con il risultato che la spesa derivante dal gettito fiscale genera un aumento netto della domanda. Se un aumento della spesa pubblica fosse finanziato tramite le imposte sui lavoratori, che consumano più o meno l’intero proprio reddito, allora la domanda generata dalla spesa pubblica aggiuntiva sarebbe compensata dalla riduzione della domanda causata dal calo dei consumi dei lavoratori, cosicché non vi sarebbe alcun aumento netto della domanda aggregata, e nessuna tregua dalla stagnazione e dall’aumento della disoccupazione.
Tuttavia, entrambe le forme di finanziamento di una maggiore spesa pubblica, se tale spesa deve essere espansiva, sono osteggiate dal capitale finanziario. Il capitale finanziario si oppone a un aumento delle imposte sui ricchi - poiché i grandi finanzieri occupano un posto rilevante tra i ricchi- e si oppone ad un aumento del deficit di bilancio, motivo per cui la maggior parte dei paesi nell’era neoliberista ha adottato leggi sulla “responsabilità fiscale” che limitano il rapporto tra deficit di bilancio e prodotto interno lordo (in genere a circa il 3%). E poiché il capitale finanziario è globalizzato, mentre lo Stato rimane uno Stato-nazione, la volontà del primo deve prevalere in materia di politica statale, altrimenti il Paese sarebbe soggetto a una fuga di capitali finanziari determinando una crisi. Il neoliberismo, quindi, non solo dà origine alla sovrapproduzione ex ante, causando stagnazione e aumento della disoccupazione, ma vanifica anche le contromisure più efficaci per contrastarla. Non c’è via d'uscita, all'interno del neoliberismo, dalla stagnazione e dall’aumento della disoccupazione generati dal neoliberismo stesso. In altre parole, il neoliberismo conduce il capitalismo mondiale verso un cul de sac dal quale non c’è via d’uscita, a meno che non si trascenda il neoliberismo stesso. Questa è la situazione in cui si trova oggi il capitalismo mondiale.[4]
L’ascesa del neofascismo
La risposta del capitalismo mondiale a questo cul de sac è stata finora la promozione del neofascismo. In ogni società moderna sono presenti elementi neofascisti che fomentano l’odio della maggioranza della popolazione nei confronti di qualche sfortunata minoranza etnica o religiosa, ma generalmente si tratta di un fenomeno marginale. Essi salgono alla ribalta, e addirittura raggiungono le sedi del potere, solo quando ottengono il sostegno finanziario e mediatico del capitale monopolistico in generale. Ciò avviene solo in presenza di una crisi economica i cui effetti deleteri sulla piccola borghesia, sulla classe operaia e persino sui piccoli capitalisti generano tra loro un malcontento tale da minacciare l’egemonia del capitale monopolistico.
Si forma così un’alleanza tra grandi aziende e neofascisti che sopprime i diritti e le istituzioni democratiche; utilizza una combinazione di repressione statale e repressione da parte di teppisti fascisti contro gli oppositori politici, gli intellettuali, gli artisti e la sinistra; cerca di costruire un culto della personalità attorno al “leader” che dovrebbe simboleggiare la “nazione”; e tenta di creare e diffondere un discorso fuorviante e incitante all’odio, con l’obiettivo di dividere la classe operaia e impedire qualsiasi sfida all’egemonia del capitale monopolistico.[5]
L’ascesa del neofascismo in tutto il mondo è sintomatica dell’attuale crisi strutturale del capitalismo mondiale. In alcuni paesi, come l’Argentina, l’India, l’Italia e gli Stati Uniti, i neofascisti hanno conquistato il potere; in altri, come la Francia e la Germania, sono vicini a farlo; ma ovunque si percepisce chiaramente uno spostamento verso l’estrema destra.
Il neofascismo, tuttavia, non è neppure in grado di superare la crisi economica; gli stessi fattori che rendono lo Stato liberale-borghese incapace di contrastare la tendenza alla stagnazione e all’aumento della disoccupazione ostacolano anche lo Stato neofascista. La contraddizione derivante dalla globalizzazione della finanza in un mondo di Stati-nazione affligge lo Stato neofascista tanto quanto affligge lo Stato liberale-borghese. Di conseguenza, il neofascismo oggi non può replicare ciò che il fascismo fece negli anni ’30 del secolo scorso, vale a dire, affrontare la disoccupazione di massa nei paesi in cui salì al potere, attraverso un enorme aumento della spesa pubblica per il riarmo, finanziata dal deficit di bilancio.[6] Ciò conferisce al neofascismo un controllo sulla società minore rispetto a quello che aveva il fascismo classico, ma lo rende anche un fenomeno più persistente; i neofascisti possono persino essere estromessi dal potere tramite elezioni - poiché, pur ricorrendo a ogni sorta di sotterfugio per silurare la democrazia, non necessariamente abrogano le elezioni - ma rimarrebbero comunque dietro le quinte e potrebbero persino tornare al potere (come ha fatto Donald Trump).
Perfino i neofascisti, tuttavia, devono avere un qualche programma economico, poiché il discorso diversivo volto a “emarginare” una minoranza non può durare per sempre. Le due possibili vie per superare la contraddizione tra Stato-nazione e finanza globalizzata sono entrambe irrealizzabili per il neofascismo: una consiste nell’avere uno “Stato mondiale” surrogato o nell’imitarne le caratteristiche per controllare il capitale internazionale e aumentare la domanda aggregata globale. Ciò significa, in pratica, uno stimolo fiscale coordinato tra molti paesi, in cui ogni Stato aumenti la spesa, ampliando il deficit di bilancio o tassando in modo sincronizzato i ricchi.[7] L’altra via consiste in un distacco totale dal regime di globalizzazione della finanza, imponendo controlli sui flussi di capitale a livello nazionale e ampliando la spesa pubblica attraverso uno di questi due mezzi (aumento dei deficit di bilancio o tassazione dei ricchi). Il capitale monopolistico rifiuterebbe entrambe queste opzioni, poiché rappresentano un mezzo per aggirare la sua egemonia. Quale programma possa suggerire il neofascismo in questo contesto diventa quindi un punto d'interesse.
Il capitalismo del dopoguerra: un leader senza colonie
Il secondo aspetto economico dell’attuale crisi strutturale del capitalismo affonda le proprie radici nella natura stessa del capitalismo del dopoguerra. Il capitalismo del dopoguerra differiva da quello precedente alla Prima guerra mondiale in un aspetto cruciale - tralasciamo il periodo tra le due guerre in quanto caratterizzato da turbolenze e transizioni eccezionali. Nel dopoguerra, il sistema dovette disfarsi del proprio impero coloniale, il che comportò due conseguenze: in primo luogo, perse tutti i suoi “mercati a portata di mano”, per riprendere un’espressione utilizzata dallo storico economico britannico S. B. Saul; in secondo luogo, l’annuale “drenaggio di surplus” dalle colonie non era più disponibile per il nuovo leader del mondo capitalista, gli Stati Uniti.[8] Di questo “drenaggio” godeva la principale potenza capitalista del periodo precedente, la Gran Bretagna, che rispetto al resto del mondo si appropriava, senza alcuna contropartita, del surplus di esportazione dalle proprie colonie. La decolonizzazione significò la fine di questo “drenaggio”.[9] Entrambi questi sviluppi, derivanti dal fenomeno della decolonizzazione, ebbero un profondo effetto sull’economia del leader del mondo capitalista del dopoguerra.
Il mondo capitalista ha sempre avuto un leader sotto la cui egida il capitalismo si diffonde in nuove aree e che agisce anche come difensore del sistema. Il ruolo di guida della leadership richiede necessariamente che il leader registri un disavanzo delle partite correnti rispetto al mondo non coloniale. Questo perché la diffusione del capitalismo in nuovi paesi richiede che questi ultimi trovino mercati per i loro beni e il leader deve assecondare tali ambizioni mantenendo il proprio mercato aperto ai loro beni, il che comporta un disavanzo delle partite correnti nei loro confronti. Inoltre, la gestione del dominio globale del capitalismo, che è uno dei compiti del leader, richiede che esso spenda grandi somme di denaro, il che comporta anche un disavanzo delle partite correnti. Gli Stati Uniti, ad esempio, mantengono più di 750 basi militari in tutto il mondo per difendere il sistema (incluso il proprio impero, che è parte integrante del sistema). Questo significa spese per beni e servizi locali in tutto il mondo, che contribuiscono al loro disavanzo delle partite correnti.
Storicamente, il “drenaggio” dalle colonie e la vendita dei beni del leader dei mercati coloniali hanno svolto un ruolo fondamentale nel coprire questo deficit, cosicché il leader non solo non si indebita, ma registra addirittura un surplus complessivo delle partite correnti che gli consente di effettuare esportazioni di capitali a sostegno della diffusione del capitalismo. In qualità di leader del capitalismo del dopoguerra, gli Stati Uniti, pur adempiendo al proprio ruolo di leadership, ma non disponendo di un simile impero coloniale, sono caduti in un debito estero crescente. Avevano certamente un impero, nel senso di un territorio economico da essi controllato dal quale ottenevano le materie prime essenziali. Ma non potevano “drenare un surplus” tassando questo impero, cioè non potevano ottenere gratis una parte sostanziale di queste materie prime; né potevano vendervi i propri beni senza incontrare resistenza tariffaria. Di conseguenza, anche se dopo la Seconda guerra mondiale gli Stati Uniti avevano un ampio surplus delle partite correnti, a metà degli anni ’70 caddero in un deficit cronico e oggi sono il Paese più indebitato del mondo.
Il modo in cui la Gran Bretagna, un tempo leader del mondo capitalista, riuscì a evitare questo destino, emerge chiaramente dall’opera di S. B. Saul. Nel 1910, il disavanzo totale delle partite correnti e del conto capitale della Gran Bretagna (i disavanzi del conto capitale si riferiscono alle esportazioni di capitale) nei confronti dei paesi con cui aveva un tale disavanzo complessivo - cioè l’Europa continentale, gli Stati Uniti e altre 'regioni temperate' di insediamento europeo come il Canada, l’Australia, la Nuova Zelanda e il Sudafrica - ammontava a 145 milioni di sterline; il suo disavanzo complessivo nei confronti della sola Europa continentale e degli Stati Uniti ammontava a 90 milioni di sterline. Nel frattempo, un surplus delle partite correnti di ben 60 milioni di sterline veniva raccolto da una sola colonia, l'India.
Questa somma di 60 milioni di sterline era composta da tre parti: (1) il surplus delle esportazioni di merci della Gran Bretagna verso l’India, in un contesto in cui le sue esportazioni erano ancora dominate dai tessuti di cotone che avevano avuto un impatto “deindustrializzante” sull’economia indiana, soppiantando i suoi produttori tradizionali ‘precapitalistici’, compresi i tessitori a telaio a mano; (2) il “drenaggio” dall’India, costituito dal surplus delle esportazioni di merci dell’India verso il resto del mondo, di cui la Gran Bretagna si appropriava; e (3) i guadagni netti invisibili della Gran Bretagna provenienti dall’India sotto forma di trasporti marittimi, assicurazioni e altre voci commerciali. Questi obblighi imposti all’India, che coprivano fino a due terzi del deficit totale della Gran Bretagna nei confronti dell’Europa continentale e degli Stati Uniti, e due quinti del suo deficit totale nei confronti di tutti i paesi con cui registrava un deficit complessivo, divennero possibili proprio a causa dello status coloniale dell’India. Gli Stati Uniti, non avendo colonie e quindi non potendo attingere a tali esazioni, caddero in un indebitamento crescente. Naturalmente, avere delle colonie potrebbe non essere stato sufficiente per evitare l’indebitamento; ma questo non è pertinente in questa sede. Semplicemente non avevano colonie, a differenza della Gran Bretagna.
Accumulare un tale debito estero non ha importanza fintanto che la valuta del paese leader è considerata “equivalente all’oro”: le istituzioni e i soggetti economici di tutto il mondo sono disposti a detenere questa valuta in quantità illimitate. Nell’ambito del sistema di Bretton Woods, il dollaro statunitense era infatti ufficialmente considerato “equivalente all’oro”, convertibile in oro a 35 dollari l'oncia. Anche dopo che l’amministrazione Nixon pose fine alla convertibilità ufficiale del dollaro in oro - a causa, tra l’altro, delle pressioni esercitate dalla Francia, che sotto la presidenza di Charles de Gaulle si stava allontanando dal dollaro - la fiducia nel valore del dollaro fu presto ripristinata a una nuova parità, sebbene non fosse più ufficialmente sostenuta.
Sebbene questa fiducia abbia sostenuto il sistema finanziario internazionale, è innegabile l’enorme minaccia per il dollaro – e di conseguenza per questo sistema – che deriva dallo status di principale debitore mondiale da parte degli Stati Uniti, e dai trilioni di dollari (o attività denominate in dollari) che circolano in tutto il mondo. Di questa minaccia si parla solitamente nei termini di un possibile passaggio dei detentori di ricchezza mondiali dal dollaro a qualche altra valuta; e poiché nessun’altra valuta è importante quanto il dollaro nell’economia mondiale odierna, questa minaccia è solitamente minimizzata. Ciò che l'intera discussione trascura, tuttavia, è la minaccia al sistema finanziario internazionale derivante da un possibile passaggio dal dollaro alle materie prime, in particolare a una materia prima cruciale come il petrolio.
La stabilità del sistema post-Bretton Woods può infatti dirsi basata sull’aspettativa di uno stabile prezzo del petrolio in dollari (nonostante le fluttuazioni a breve termine); tale fattore è talmente importante che l’intero sistema post-Bretton Woods può essere definito un “sistema dei petrodollari”. In breve, anche uno spostamento transitorio dal dollaro al petrolio può facilmente destabilizzarlo.
La minaccia al sistema finanziario
Vale la pena ricordare qui un vecchio dibattito. Paul Baran in The Political Economy of Growth (tr. it., Il "surplus economico" e la teoria marxista dello sviluppo, Feltrinelli, 1970) aveva sottolineato i limiti della keinesiana gestione della domanda, sostenendo che un persistente deficit di bilancio aumenta la vulnerabilità dell'economia all'inflazione. Joan Robinson aveva criticato questa argomentazione accusando Baran di ricorrere a una screditata teoria quantitativa della moneta.[10] L'argomentazione di Baran, tuttavia, era ben diversa da come Robinson l’aveva interpretata. Baran non stava parlando di “leggere l’equazione quantitativa [della moneta] da sinistra a destra”; ovvero, non stava parlando dell’accumulo di offerta di moneta o di quasi-moneta in mani private attraverso disavanzi di bilancio. Parlava dell'accumulo di ricchezza privata sotto forma di crediti nei confronti dello Stato. Anche in un contesto in cui l’offerta di moneta è interamente endogena, quando si prevede che il prezzo di una merce aumenti a tal punto da rendere conveniente il suo acquisto a fini speculativi, il marginal risk premium [premio al rischio marginale] associato all’acquisto di un’unità di tale merce con fondi propri risulta inferiore a quello associato all’acquisto con fondi presi in prestito. Si tratta di una proposizione che deriva direttamente dal principio del rischio crescente. Pertanto, maggiore è l'entità della ricchezza privata sotto forma di crediti nei confronti dello Stato rispetto al prodotto interno lordo, più, ceteris paribus [a parità di tutte le altre condizioni], l'economia risulta esposta al rischio di inflazione derivante da un possibile spostamento speculativo verso le merci.[11]
Nel caso in esame, un'argomentazione analoga può essere applicata all'economia mondiale. Possedere un impero coloniale, le cui estrazioni di risorse rendono superflua, per il Paese leader, la necessità di ricorrere a prestiti esteri, è paragonabile, all’interno di un singolo Paese, al finanziare la spesa pubblica tramite le imposte, rendendo così superflua la necessità di ricorrere al deficit di bilancio. Allo stesso modo, il crescente debito estero del Paese leader, contratto per finanziare il proprio disavanzo delle partite correnti, è paragonabile al crescente debito pubblico di un governo che, all'interno di un'economia nazionale, vi ricorre per finanziare la propria spesa. Quanto maggiore è l'entità di questo debito rispetto al flusso di produzione, tanto più questo sistema è incline all’inflazione.
Affermare ciò non significa sostenere che sia imminente un’impennata inflazionistica nell’economia mondiale; significa semplicemente richiamare l'attenzione sulla posizione precaria in cui si trova attualmente l’economia mondiale a causa dei persistenti disavanzi delle partite correnti registrati dal principale Paese capitalista per un lungo periodo. Nel caso in cui si verificasse un’improvvisa esplosione dell'inflazione, l'economia mondiale, che sta già vivendo una fase di stagnazione e di aumento della disoccupazione, verrebbe spinta dalle misure anti-inflazionistiche che tale situazione renderebbe necessarie, in una profonda recessione.
La strategia economica di Trump
È in questo contesto che deve essere inquadrata la strategia economica di Donald Trump. Negli ambienti liberali va di moda liquidare le sue misure economiche come le azioni di un imbecille o di una mente squilibrata; ma questa è una lettura troppo semplicistica della situazione. Trump, al contrario, persegue una strategia articolata in due componenti. La prima consiste nel condividere con altri paesi capitalisti avanzati il ruolo degli Stati Uniti di “difensori del mondo capitalista”. Rientra in quest’ottica l’insistenza di Trump sul fatto che i paesi europei dovrebbero destinare il 5% del loro PIL alla spesa militare. Ciò ridurrebbe il disavanzo delle partite correnti degli Stati Uniti.
La seconda componente della sua strategia mira a garantire agli Stati Uniti gli stessi “vantaggi” che la Gran Bretagna traeva dal suo impero coloniale. Tale componente equivale, di fatto, a una ricolonizzazione del Sud Globale. Non è questa la sede per approfondire se Trump abbia valutato appieno le implicazioni di un simile progetto di ricolonizzazione o se questo riuscirebbe effettivamente a superare la difficile situazione in cui versa attualmente l'imperialismo statunitense; ciò che qui ci interessa è l'interpretazione che si può dare della strategia di Trump.
Sostenere che si tratti di un tentativo di ricolonizzare il Sud Globale non significa ovviamente che venga governato da viceré inviati da Washington; l'idea è piuttosto quella di avere nel Sud regimi compiacenti che attuino politiche economiche dettate dagli Stati Uniti. La ricolonizzazione non implica una trascendenza del neoliberismo che, come abbiamo visto, la borghesia monopolistica non desidera da nessuna parte. Implica invece l'introduzione di un'ulteriore asimmetria nell'ordine neoliberista, dove il Sud Globale rimane intrappolato all'interno del neoliberismo nella sua forma più pura, mentre gli Stati Uniti (ed eventualmente il Nord Globale) se ne allontanano in ambito commerciale - pur continuando ad aderirvi per quanto concerne la libertà di movimento dei capitali, inclusi quelli finanziari.
Tale asimmetria comporta inevitabilmente lo spostamento del peso della crisi sulle spalle del Sud Globale, il che significa, di fatto – dato che le borghesie monopolistiche dei paesi del Sud dovrebbero essere complici del nuovo regime economico introdotto – un’intensificazione della pressione sui contadini, sulla piccola borghesia, sui piccoli capitalisti e, naturalmente, sui lavoratori e sui braccianti agricoli del Sud Globale.
Ricolonizzazione del Sud Globale
Una parte di questo sforzo di ricolonizzazione consiste nell’imposizione, da parte degli Stati Uniti, di trattati commerciali disuguali ai paesi del Sud Globale, di cui è un esempio il trattato commerciale indo-statunitense attualmente in fase di negoziazione. (Era stato finalizzato in precedenza, ma la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti contro i dazi di Trump ne ha riaperto la negoziazione, sebbene la nuova versione non dovrebbe essere troppo diversa da quella precedente).[12] Di fatto, l’aggressione tariffaria di Trump può essere vista come uno strumento per fare pressione sui paesi del Sud affinché accettino tali trattati disuguali come il “male minore” rispetto all’alternativa di dover affrontare enormi dazi statunitensi.
Il trattato commerciale indo-statunitense consente agli Stati Uniti di imporre dazi sui beni indiani mentre all'India è consentito applicare dazi molto più bassi o pari a zero, sui beni Americani. Il trattato è un modo per garantire che l'India acquisti più beni dagli Stati Uniti, esattamente come le colonie erano obbligate ad acquistarli dall'Inghilterra senza avere la libertà di proteggere le proprie economie.
Non contento di questo, il trattato fissa anche obiettivi concreti riguardo ai volumi che l’India dovrebbe importare dagli Stati Uniti entro date specifiche; tali obiettivi sono di gran lunga superiori agli attuali livelli delle importazioni dell’India dagli Stati Uniti. È significativo che non ci siano obiettivi corrispondenti per le importazioni degli Stati Uniti dall'India, il che sottolinea ulteriormente la natura diseguale del trattato. L'imposizione di obiettivi così rigidi va addirittura oltre quanto prevaleva nel periodo coloniale. Sebbene l'India coloniale, ad esempio, non avesse la libertà di imporre dazi sui beni britannici, il volume effettivo delle importazioni dalla Gran Bretagna dipendeva dalla domanda presente sul mercato indiano. Il trattato commerciale indo-statunitense, tuttavia, non si accontenta di un simile assetto e arriva a prescrivere quanto l'India debba acquistare dagli Stati Uniti in un determinato arco di tempo! Poiché non vi è motivo di ritenere che gli Stati Uniti nutrano un particolare spirito punitivo nei confronti dell’India, è lecito attendersi che simili trattati diseguali vengano imposti anche ad altri paesi del Sud Globale.
Tali trattati imposti ai partner commerciali hanno l’effetto sia di aumentare l’occupazione e la produzione all’interno degli Stati Uniti attraverso una politica di “beggar-thy-neighbor”[impoverisci il vicino], sia di ridurre il deficit commerciale degli Stati Uniti, e quindi il suo disavanzo delle partite correnti. Essi aumentano la produzione e l'occupazione interna aumentando la domanda aggregata tramite un aumento delle esportazioni nette (ovvero X - M)** senza dover aumentare la spesa pubblica; di conseguenza, la questione di doversi confrontare con il capitale finanziario internazionale - aumentando il deficit fiscale o le tasse sui ricchi per finanziare una maggiore spesa pubblica - non si pone. Attraverso questi trattati diseguali, si cerca di risolvere entrambe le crisi che affliggono l'imperialismo statunitense - la stagnazione della produzione e l'enorme disavanzo delle partite correnti - senza mettere in discussione l'egemonia del capitale finanziario internazionale.
Tuttavia, questa è solo una componente del tentativo di ricolonizzazione del Sud Globale. L’altra componente risiede nella volontà degli Stati Uniti di assicurarsi il controllo delle fonti delle materie prime fondamentali, in particolare il petrolio, presenti nel Sud. L’offensiva contro il Venezuela, che possiede le maggiori riserve petrolifere accertate al mondo, il rapimento del suo Presidente e l’attacco all’Iran - altro importante produttore di petrolio - sono indicativi di questo tentativo di ricolonizzazione. Anche le pretese sulle risorse della Groenlandia, ricca di giacimenti di terre rare, componenti indispensabili per diverse attività, rientrano in questo schema.
Gli Stati Uniti sono già il maggiore produttore mondiale di petrolio; acquisire il controllo delle risorse petrolifere del Venezuela e dell’Iran (nonchè di quelle di altri Paesi che verrebbero successivamente presi di mira) conferirebbe loro una posizione di dominio sull’economia petrolifera mondiale, rafforzata dai suoi stretti legami con l’Arabia Saudita e con gli altri produttori di petrolio dell’Asia occidentale.
Questa morsa aiuterebbe gli Stati Uniti a mantenere, in diversi modi, il dominio del dollaro. In primo luogo, garantirebbe che il dollaro rimanga la valuta utilizzata per la stragrande maggioranza delle transazioni petrolifere mondiali; in secondo luogo, garantirebbe che l'aspettativa di stabilità del prezzo del petrolio in dollari - che impedisce qualsiasi spostamento dal dollaro al petrolio, preservando così il valore "reale" della valuta statunitense rispetto al mercato delle materie prime - rimanga ancora più salda; e, in terzo luogo - aprendo queste risorse petrolifere allo sfruttamento da parte delle imprese statunitensi, che potrebbero appropriarsene solo parzialmente - garantirebbe agli Stati Uniti di realizzare un “drenaggio del surplus” esattamente come fece la Gran Bretagna con le proprie colonie; quest’ultimo aspetto contribuirebbe a colmare il disavanzo delle partite correnti degli Stati Uniti.
Sebbene la decolonizzazione politica successiva alla Seconda guerra mondiale sia stata relativamente agevole, è stata seguita da una decolonizzazione economica molto più ardua, attraverso la quale i paesi del Sud Globale cercarono di sottrarre al capitale delle metropoli il controllo delle proprie risorse naturali. L’imperialismo oppose una feroce resistenza alla decolonizzazione economica, organizzando colpi di stato per rovesciare i governi che la perseguivano, arrivando persino a fomentare guerre civili per sabotare tali sforzi. Vengono subito in mente i casi di aggressione contro Jacobo Árbenz in Guatemala, Mohammad Mossadegh in Iran, Gamal Abd Al Nasser in Egitto, Patrice Lumumba in Congo e Salvador Allende in Cile, quali evidenti tentativi di impedire la decolonizzazione economica. L'Unione Sovietica svolse un ruolo cruciale nello sventare molti di questi tentativi imperialisti e nel sostenere il processo di decolonizzazione economica.
Trump è determinato a invertire la rotta della decolonizzazione economica; per di più, nel farlo, sta aprendo una strada del tutto inedita. Egli sta infatti intraprendendo azioni militari dirette – a differenza del semplice fomentare colpi di stato e simili - per strappare nuovamente ai paesi del Sud il controllo delle loro risorse. L’Iran ne è il classico esempio. Un'azione militare diretta di questo tipo, priva di qualsiasi giustificazione plausibile se non quella di accaparrarsi le risorse altrui, rappresenta un capitolo completamente nuovo nella storia dell'imperialismo moderno.
La resistenza del Sud Globale
I popoli del Sud Globale, tuttavia, non accetteranno passivamente tale ricolonizzazione da parte dell’imperialismo. In molti paesi del Sud, la grande borghesia, frustrata dagli ostacoli frapposti alla propria crescita dal regime coloniale, si era unita alla lotta per l'indipendenza partecipando al fronte anticoloniale; l'India ne è un classico esempio. È indubbio che la grande borghesia, e persino una parte della classe medio-alta urbana desiderosa di mandare i propri figli a stabilirsi nei paesi metropolitani, abbiano nel frattempo cambiato schieramento, abbandonando il campo anti-imperialista. Tuttavia, le altre classi che facevano parte del fronte anticoloniale e che sarebbero anch’esse duramente colpite dal progetto di ricolonizzazione dell'imperialismo statunitense, opporranno una tenace resistenza a tale processo.
Inoltre, questa resistenza sarà diretta non solo contro l’imperialismo ma anche contro la borghesia monopolistica nazionale; sarà altresì diretta, sul piano politico, contro i regimi neofascisti ovunque tali regimi siano al potere con il sostegno della borghesia monopolistica. Di conseguenza, racchiuderà in se immense potenzialità rivoluzionarie. È dunque probabile che i prossimi mesi vedranno aspre lotte nel Sud Globale, indubbiamente dolorose ma di grande importanza storica.
Quanto sta accadendo in Iran dimostra che la ricolonizzazione da parte dell'imperialismo non sarà un'impresa facile. La resistenza iraniana, infatti, ha colto di sorpresa l'imperialismo statunitense. Se l’Iran fosse crollato facilmente, l’imperialismo avrebbe trovato nuovo slancio per perseguire il proprio progetto di ricolonizzazione con ancora maggiore vigore e rapidità, mentre altri paesi del Sud Globale si sarebbero sentiti indeboliti nella loro lotta anti-imperialista. Esiste, in altre parole, una dialettica della resistenza, in cui la tenace resistenza di un Paese rafforza la volontà di resistere di altri Paesi; esiste altresì una dialettica dell’indebolimento, per cui la debole risposta di un Paese alla ricolonizzazione imperialista indebolisce la volontà di resistere di altri Paesi. L’intrepida lotta condotta dall’Iran rappresenta una forza rinvigorente per l’intero Sud Globale. L’imperialismo, ovviamente, non abbandonerebbe il suo piano di ricolonizzazione del Sud Globale a causa della resistenza iraniana, ma vedrebbe certamente rallentata l’attuazione di tale piano.
Note
* N.d.T. Somma delle richieste di beni e servizi nazionali. Essa è data dalla somma di consumi (C), investimenti (I), spesa pubblica (G) più le esportazioni nette (X – M).
** N.d. T. Le esportazioni nette (X - M) indicano la differenza tra il valore dei beni e servizi che un Paese vende all'estero (X, esportazioni) e quello che acquista dall'estero (M, importazioni). Rappresentano una componente fondamentale del Prodotto Interno Lordo (PIL) in un'economia aperta.
[1] Joseph Stiglitz, Inequality is Holding Back the Recovery, New York Times, 13.01.2013.
[2] L'eccezione principale a queste tendenze salariali globali è rappresentata dalla Cina, dove i salari, trainati dalle politiche governative, hanno registrato un aumento significativo. Ciò, tuttavia, non smentisce l'affermazione secondo cui la quota di surplus economico della produzione mondiale nel suo complesso, e nei singoli paesi del mondo capitalista, è in aumento.
[3] L'argomentazione avanzata nel contesto degli Stati Uniti da Paul A. Baran e Paul M. Sweezy in Monopoly Capital, Monthly Review Press, New York 1966, tr. it., Il capitale monopolistico, Einaudi, Torino 1968, viene qui applicata al mondo capitalista nel suo complesso.
[4] Questo argomento viene trattato in modo più approfondito in Utsa Patnaik e Prabhat Patnaik, Capital and Imperialism, Monthly Review Press, New York 2021.
[5] Prabhat Patnaik, Why Neoliberalism Needs Neofascists, Boston Review, 19.07.2021.
[6] Il Giappone fu il primo Paese a uscire dalla Grande Depressione in questo modo. La Germania seguì l'esempio dopo l'ascesa al potere di Adolf Hitler nel 1933.
[7] Negli anni ’30, John Maynard Keynes e anche un gruppo di sindacalisti tedeschi avevano, inutilmente, proposto uno stimolo fiscale coordinato che coinvolgesse diversi Paesi per uscire dalla Grande Depressione. Si veda Charles P. Kindleberger, The World in Depression, 1929–1939, University of California Press, Berkley 1973.
[8] S. B. Saul, Studies in British Overseas Trade, University of Liverpool Press, Liverpool 1960.
[9] Per un’analisi e una stima del “drenaggio” dall’India verso la Gran Bretagna, si veda U. Patnaik e P. Patnaik, Capital and Imperialism.
[10] Joan Robinson, Economic Philosophy, Penguin, Harmondsworth 1966.
[11] Per una presentazione dettagliata di questa argomentazione, si veda Prabhat Patnaik, Accumulation and Stability Under Capitalism, Clarendon, Oxford 1997, pp. 81-86.
[12] Per una critica approfondita di questo trattato, si veda Biswajit Dhar, India Has Accepted Gross Asymmetry, Frontline, 23.02.2026; si veda anche Prabhat Patnaik, Modi Government’s Gymnastics to Defend the Indo-US Deal, MR Online, 04.03.2026.
Prabhat Patnaik è professore emerito presso il Centro di studi economici e pianificazione dell’Università Jawaharlal Nehru di Nuova Delhi.
Traduzione a cura della Redazione di Antropocene.org
Fonte: Monthly Review Vol. 78, n. 03 (01.07.2026)

