Fonte: Monthly Review - 01.04.2026

Yinhao Zhang - dottore di ricerca presso il Dipartimento di Studi Asiatici dell’Università di Adelaide e gestore di un popolare account sui social media dedicato alla teoria marxista e alla storia rivoluzionaria cinese - illustra gli aspetti della società cinese contemporanea che contribuiscono al rinnovato interesse per Mao Zedong tra i giovani. Secondo Zhang, Mao sta catturando l’interesse di una generazione insoddisfatta delle strutture di potere e dei privilegi di classe che hanno accompagnato la neoliberalizzazione dei mercati negli ultimi decenni. Questi giovani stanno rivisitando le radici stesse della Rivoluzione cinese, evocando il desiderio di un futuro politico radicale. 






Il ritorno di uno spettro

Uno spettro si aggira per la Cina: Mao Zedong. Non si tratta dell’immagine fossilizzata del fondatore della nazione che si ritrova nelle storie ufficiali del partito, bensì di un’idea viva e pulsante riscoperta dai giovani del Paese. Le prove di questa rinascita sono al tempo stesso inaspettate e inequivocabili, e il contesto più significativo è costituito dalle università d’élite cinesi, dove si forma la leadership politica, accademica e imprenditoriale del Paese.

Per cogliere il significato di questo cambiamento, occorre innanzitutto comprendere il clima intellettuale che esso ha sostituito. Per decenni - dopo l’avvio delle riforme di mercato nel 1978, e nonostante il fatto che una persistente visione positiva di Mao e della Rivoluzione Culturale fosse ancora diffusa tra molti operai e contadini - l’atteggiamento prevalente tra la classe colta cinese nei confronti di Mao era di profondo scetticismo.[1] Un sondaggio ufficiale del 1993, condotto congiuntamente da diversi organismi di ricerca del Partito e dello Stato, fornisce una chiara misura di questo sentimento. Quando agli intervistati è stato chiesto di valutare Mao, solo l’8% degli intellettuali di alto livello riteneva che i suoi meriti superassero i suoi difetti, mentre un incredibile 67% era di opinione contraria. Tra il personale universitario e gli studenti, il 40% riteneva che i suoi difetti fossero maggiori, mentre più del 34% concordava con il verdetto ufficiale «70% buono, 30% cattivo». Inoltre, quando a queste stesse élite è stato chiesto un parere sulla “febbre di Mao” che stava già emergendo tra la base, una stragrande maggioranza - tra il 63 e il 72% degli intervistati - la liquidò come un fenomeno "anormale", considerandola un frutto dell’ignoranza popolare.[2] Questa visione prevalse tra l’élite colta dopo il 1978: Mao era una figura del passato la cui eredità era vista come un ostacolo alla modernizzazione.

Nel 2006, la situazione iniziò a cambiare. Un sondaggio condotto presso l’Università Sun Yat-sen di Guangzhou, un ateneo di prim’ordine, rivelò un cambiamento generazionale. Tra gli studenti nati durante il boom economico, il consenso del 1993 si era notevolmente indebolito. Ora il 47% riteneva che i meriti di Mao superassero i suoi difetti, mentre solo il 6% era di opinione opposta. Si trattava di una silenziosa rivalutazione, non di un'approvazione a gran voce del suo intero progetto politico. Gli stessi studenti rimanevano in stragrande maggioranza critici nei confronti della Rivoluzione Culturale, con quasi il 90% che la considerava negativa.[3] Si stava iniziando a distinguere il Mao costruttore della nazione dal Mao radicale.

A partire dal 2016, quello che un tempo era un cambiamento graduale ha subìto una forte accelerazione. I dati sui prestiti delle biblioteche offrono un indicatore chiaro e intuitivo. All'Università di Tsinghua, l'istituzione più prestigiosa della Cina, le Opere scelte di Mao Zedong sono passate dal non figurare nemmeno tra i primi cinquanta prestiti della biblioteca nel 2016, al primo posto nel 2019, posizione che hanno mantenuto ogni anno fino al 2024.[4] Non si tratta di un caso isolato. Un sondaggio del 2020 condotto da MyCOS ha rilevato questa tendenza nelle prime dieci posizioni delle liste dei prestiti di tredici delle ottanta università esaminate, la maggior parte delle quali sono istituzioni di prim’ordine.[5] Secondo la mia verifica dei dati più recenti disponibili, nel 2024 le Opere scelte erano in cima alla lista annuale dei prestiti bibliotecari in tutte e quattro le principali università cinesi: Tsinghua, Pechino, Fudan e Shanghai Jiao Tong.

Un caso che merita una menzione speciale è quello dell’Università Beihang di Pechino, uno dei migliori istituti di scienze e ingegneria della Cina. Nel 2020, l’account ufficiale dell’università su Douyin (la versione cinese di TikTok) ha pubblicato la sua classifica annuale dei prestiti della biblioteca, suscitando centinaia di commenti e condivisioni. La classifica ha rivelato che il libro più preso in prestito era l’edizione standard delle Opere scelte di Mao Zedong, e il secondo più preso in prestito era il suo Volume V.[6] Questo dettaglio è fondamentale. La versione ufficiale delle Opere scelte, pubblicata dopo il 1978, comprende solo i volumi da I a IV, che raccolgono gli scritti di Mao precedenti al 1949. Un quinto volume, redatto durante la Rivoluzione Culturale e pubblicato nel 1977, copre il periodo 1949 - 1957. Tuttavia, per il suo contenuto radicale e la critica diretta a Deng Xiaoping, è stato di fatto soppresso dopo il 1978, rendendolo, di fatto, un libro vietato. Il testo è una rarità e la maggior parte delle biblioteche universitarie non lo possiede. Il fatto che gli studenti si interessino attivamente a questo volume suggerisce quindi che stiano approfondendo consapevolmente il periodo più radicale del pensiero di Mao.

I media occidentali hanno iniziato a riportare notizie su questa tendenza, anche se le loro analisi spesso ne interpretano erroneamente le cause. La spiegazione prevalente tende ad attribuirla a una campagna ideologica imposta dall’alto dello Stato. Un articolo più approfondito del New York Times collega la tendenza alla crescente disuguaglianza economica, ma inquadra il ritorno a Mao principalmente in termini negativi. L’articolo ha interpretato le parole di Mao come una giustificazione per l’ascesa di un risentimento irrazionale nei confronti dei benestanti in tempi di recessione economica..[7] Ciò che queste spiegazioni tralasciano è l’elemento più cruciale: l’avanguardia di questa “febbre di Mao” è costituita da studenti e neolaureati delle migliori università cinesi.

Questi studenti sono generalmente scettici nei confronti della propaganda ufficiale. Hanno accesso a un’ampia gamma di informazioni, sia provenienti dall’interno che dall’estero, e molti di loro sono formati a pensare in modo critico. Il loro ritorno a Mao non è il risultato di un indottrinamento o di un risentimento irrazionale; si tratta di una consapevole scelta intellettuale e politica. Il carattere spontaneo della tendenza che emerge da questo gruppo molto istruito è ben illustrato dal suo scontro con le piattaforme digitali cinesi di orientamento liberale. Ne 2017 su Zhihu - un forum molto popolare tra questa fascia demografica - una domanda che chiedeva: «Chi è il più grande cinese della storia?» è stata rapidamente inondata di risposte a favore di Mao. Questa esplosione popolare si è scontrata direttamente con la proprietà della piattaforma. I suoi fondatori erano figure provenienti dai circoli mediatici liberali cinesi, un establishment le cui convinzioni filo-mercato, filo-occidentali e fermamente anti-Mao hanno dominato il panorama intellettuale del Paese sin dagli anni ’80. Essi non avevano promosso questa tendenza. Al contrario, l’avevano attivamente soppressa, cancellando numerose risposte che avevano ricevuto molti voti e chiudendo infine l’intero thread della discussione. Questo schema, caratterizzato da esplosioni di entusiasmo popolare seguite da una repressione sistematica, dimostra che la “febbre di Mao” non è un prodotto del controllo dall’alto, ma un movimento emerso e sopravvissuto indipendentemente dalla direzione dello Stato.

Il percorso che va dalle critiche diffuse degli anni ’90 alla silenziosa rivalutazione degli anni 2000, fino all’intenso studio degli anni ’20, segna un profondo cambiamento ideologico.

L’impronta digitale dello spettro: come “il Maestro” è emerso online

La “febbre di Mao” non si è limitata ai campus universitari; il suo fronte più vivace e conteso si trova nello spazio pubblico digitale cinese. I dati delle piattaforme online dimostrano in tempo reale questo cambiamento ideologico, rivelando non solo la sua portata, ma anche i modi creativi e spesso conflittuali con cui si diffonde.

I dati dei motori di ricerca raccontano una storia chiara. Su Baidu, il principale motore di ricerca cinese, termini come “Mao Zedong” o “Presidente Mao” sono considerati troppo sensibili dal punto di vista politico per mostrare i dati pubblici sulle tendenze di ricerca. Tuttavia, il termine “Mao Xuan” (Opere scelte di Mao) è disponibile, e il suo andamento mostra un netto cambiamento nell’interesse. Prima del 2016, il suo indice di ricerca si attestava su un livello basso e stabile. Dopo il 2016 ha iniziato una crescita costante e, dal 2019, ha registrato un'impennata, stabilizzandosi su un livello circa quattro volte superiore rispetto al valore di riferimento precedente al 2016.

Uno dei risultati più sorprendenti di questo fermento è un'innovazione linguistica. Mentre molti continuano a usare convenzionalmente il titolo di “Presidente”, una nuova generazione su Internet usa soprattutto Jiaoyuan (), ovvero "Maestro", come sostituto affettuoso e venerato di Mao. Il termine è diventato talmente sinonimo della sua figura che se oggi si parla di "il Maestro" a uno studente universitario, molti capiranno istintivamente che ci si riferisce a Mao. Questo termine ha una storia che affonda le sue radici sia nel rispetto che nella resistenza. Lo stesso Mao, quando rifiutò i “quattro grandi” titoli* che gli erano stati conferiti durante la Rivoluzione Culturale, affermò di preferirne uno solo: “maestro”. Per i giovani di oggi, il termine è perfetto, poiché attribuisce a Mao il ruolo di guida nelle loro lotte.

In qualità di gestore di un popolare account pubblico su WeChat, penso di essere stato uno dei primi ad utilizzare frequentemente questo termine online. Intorno al 2017, mentre scrivevo una serie di articoli su Mao, ho dovuto fare i conti con gli algoritmi di censura della piattaforma. Nell’ecosistema digitale cinese, termini come “Mao Zedong” sono politicamente delicati; il loro uso ripetuto all’interno di un articolo può innescare una revisione automatica, bloccandone la pubblicazione. Dopo aver provato diversi nomi alternativi che non riuscivano a soddisfare tutti i lettori, il termine “Maestro” è emerso come la soluzione ideale. Era un titolo che lo stesso Mao approvava e che aggirava la censura neutralizzando le potenziali critiche. Il termine ha avuto una forte risonanza e ben presto è stato adottato da altri account molto più grandi, rispecchiando il modo in cui questa generazione si rapporta a Mao: non come un'icona distante, ma come un insegnante che fornisce gli strumenti per comprendere il mondo. La vertiginosa ascesa di Jiaoyuan (Maestro) nell'indice di ricerca di WeChat ha raggiunto un picco di 35 milioni nel giorno del compleanno di Mao nel 2021, per poi salire ad un massimo storico di 139 milioni l'8 aprile 2024, dimostrando quanto il termine “Maestro” sia stato ampiamente adottato dalla base.

Questa ondata digitale ha portato ad uno scontro con gli amministratori delle piattaforme, come discusso nel 2017 sulla piattaforma Zhihu. In quell'occasione, un utente aveva chiesto: «Chi è il personaggio più grande della storia cinese?» All'inizio, le risposte più comuni si riferivano a figure come Confucio, Qin Shi Huang (il primo imperatore della Cina), Yuan Longping (il «padre del riso ibrido») e Mao, ciascuno accompagnato da una motivazione dettagliata. Ma ben presto le risposte pro-Mao cominciarono a prevalere: i post più votati, così come la maggior parte dei nuovi contributi, menzionavano Mao. Le statistiche hanno mostrato che più della metà degli utenti lo sosteneva.[8] Ciò non piacque agli amministratori della piattaforma, che chiusero rapidamente la discussione con il pretesto, poco convincente, che si trattasse di una "domanda a risposta multipla poco approfondita". Nel 2020, mentre la “febbre di Mao” si intensificava, una domanda simile ha ricevuto oltre cinquemila risposte, con migliaia o decine di migliaia di voti che nominavano Mao.[9] In molte di queste risposte, gli utenti hanno elencato i suoi immensi contributi: la fondazione di una nazione sovrana, la promozione dell’industrializzazione, la lotta all’imperialismo e al colonialismo, il sostegno alla liberazione delle donne e all’alfabetizzazione di massa, la lotta alla burocrazia e l’impegno per la giustizia sociale. In risposta, gli amministratori della piattaforma, in linea con le tendenze filo-occidentali e antimaoiste dell’élite mediatica cinese, hanno cancellato molte di queste risposte popolari. Oggi, sebbene pesantemente censurato, il thread è ancora online e la risposta più votata dichiara: «Il popolo dice che è lui; lui dice che è il popolo». Ogni utente sa chi è "lui".

Questa sequenza di eventi dimostra chiaramente che la "febbre di Mao" non è un fenomeno orchestrato dallo Stato. In realtà, il movimento subisce pressioni da due fronti. Lo Stato continua a guardare con diffidenza qualsiasi discussione incontrollata su Mao, specialmente per quanto riguarda le sue idee più radicali, quelle successive al 1949 e la Rivoluzione Culturale. Allo stesso tempo, le élite dei media liberali filo-occidentali che possiedono e gestiscono queste piattaforme private sono ideologicamente contrarie a Mao e usano la "sensibilità politica" come comodo pretesto per mettere a tacere il sentimento filo-maoista. Ciò dimostra che la situazione è più complessa: una corrente ideologica spontanea e potente che nasce dal basso e che si scontra attivamente con il consenso liberale post-riforma - una visione del mondo che ha respinto la politica rivoluzionaria ed ha abbracciato le riforme di mercato e i valori di stampo occidentale. I giovani ben istruiti si stanno rivolgendo a Mao non perché viene detto loro di farlo, ma perché le sue idee offrono un linguaggio che permette di esprimere il loro malcontento nei confronti del sistema che questo establishment rappresenta.

Il ritorno del “materiale”: perché Mao, perché adesso?

Perché Mao, e perché adesso? La risposta non sta in un improvviso cambiamento nei gusti culturali, ma in un cambiamento fondamentale nella realtà materiale della Cina. Per oltre tre decenni, il Paese è stato trainato da un contratto sociale basato su una semplice promessa: la rapida crescita economica avrebbe portato benefici a tutti. Finché la torta economica continuava a crescere, problemi profondamente radicati come la disuguaglianza e lo sfruttamento potevano essere ignorati. Ma quell’epoca è finita. La "febbre di Mao" è una conseguenza diretta del venir meno di questa promessa.

Il 2015 ha segnato una svolta decisiva. Per la prima volta dal 1990, il tasso di crescita annuale del PIL cinese è sceso al di sotto della soglia critica del 7%, segnando la fine dell’era della crescita ad alta velocità.[10] Questo rallentamento economico non fu solo un dato statistico; fu il momento in cui la musica si fermò. Le tensioni sociali che erano state occultate da una crescita inarrestabile hanno cominciato ad affiorare con sorprendente chiarezza.

Per i giovani cinesi di oggi questo 'astratto' rallentamento economico si traduce in una concreta crisi personale. La promessa di mobilità sociale attraverso l’istruzione e il duro lavoro - la pietra angolare del sogno dell’era delle riforme - ora sembra uno scherzo crudele. Sono la generazione più istruita nella storia cinese, eppure devono affrontare un mercato del lavoro brutale. Il termine "involuzione" (neijuan) è diventato di uso comune per descrivere la sensazione di essere intrappolati in un gioco a somma zero di competizione sempre più intensa per ricompense sempre più stagnanti. Il movimento "stendersi a terra" (tangping), una protesta passiva che consiste nel rinunciare alla corsa sfrenata al successo, ha rivelato un diffuso senso di disillusione.[11]

Questo sentimento va oltre gli aneddoti, trovando conferma in statistiche preoccupanti. Nel giugno 2023, il tasso ufficiale di disoccupazione urbana per i giovani dai 16 ai 24 anni ha raggiunto il livello record del 21,3%.[12]  Anche questa cifra allarmante è generalmente sottostimata e artificialmente ridimensionata attraverso vari metodi statistici. Sono ormai all’ordine del giorno le notizie relative a laureati delle università d’élite che sono disoccupati o costretti ad accettare lavori nel settore dei servizi a basso stipendio. La situazione è diventata così grave che il governo ha temporaneamente sospeso la pubblicazione di questi dati.[13] Una generazione che avrebbe dovuto essere la principale beneficiaria dell’economia di mercato cinese è invece diventata la sua prima grande vittima. Si ritrova a costituire un vasto esercito di manodopera di riserva, alle prese con una pressione enorme, un’occupazione precaria e un diffuso senso di alienazione.

È in questo contesto di promesse non mantenute e di crisi sistemica che i giovani si sono rivolti a Mao. Non stanno cercando un eroe, stanno cercando una spiegazione. L’analisi di Mao sulle classi sociali, sullo sfruttamento e le contraddizioni sociali offre a loro un potente quadro di riferimento per dare un senso alla realtà che vivono in prima persona, una realtà che la narrativa ufficiale dello sviluppo armonioso non è più in grado di spiegare.

La crisi economica è stata amplificata da quella sociale. Mentre le prospettive per i giovani comuni si sono offuscate, le sfacciate esibizioni di privilegio da parte della nuova élite cinese sono diventate impossibili da ignorare. Una serie di scandali di alto profilo, diffusi a macchia d’olio sui social media, ha messo a nudo la cruda realtà della stratificazione di classe. Piuttosto che considerarli come incidenti isolati, l’opinione pubblica li vede come la prova di una nuova classe dirigente che agisce nell’impunità.

Nel 2020, una donna ha suscitato l'indignazione nazionale guidando la sua lussuosa Mercedes-Benz nella Città Proibita, un simbolo nazionale protetto [come Patrimonio dell’Umanità Unesco], pubblicando le foto online. In seguito si è scoperto che era la nuora di una famiglia "aristocratica rossa". Nel 2023, un'utente soprannominata "Beiji Nianyu" ("Pesce gatto artico"), nipote di un funzionario dei trasporti in pensione, ha ostentato sfacciatamente sui social media il deposito bancario "a nove cifre" della sua famiglia, sostenendo di essere emigrata in Australia e che il denaro era costituito dai guadagni illeciti di suo nonno, ricavati da "attività illegali" locali. Inoltre, ha alimentato l’indignazione insultando chi rimaneva ancora in Cina con il termine dispregiativo zhina, un'espressione profondamente offensiva usata dai fascisti giapponesi. Uno scandalo del 2024 in un importante ospedale di Pechino, scatenato da un errore chirurgico, ha portato alla luce una corruzione ancora più profonda legata ai privilegi dell'élite. Il caso riguardava un giovane medico, nato nel 1997, che era stato ammesso direttamente in un prestigioso programma di dottorato in medicina dopo aver conseguito una laurea in economia negli Stati Uniti. Era stato ammesso tramite uno speciale programma di dottorato "4+4" - un canale esclusivo per chi dispone di agganci - e il suo successivo incarico ospedaliero non corrispondeva nemmeno al suo campo di studi di dottorato. Ogni nuovo scandalo, dallo sfarzoso matrimonio della nipote di un maresciallo rivoluzionario nel Tempio Imperiale Ancestrale alle infinite storie di nepotismo, dipinge il quadro di una società in cui le regole valgono solo per la gente comune.

Per chiunque legga Mao oggi, l’arroganza spudorata dei privilegiati sembra dare vita alle sue teorie. Per una generazione alle prese con la disoccupazione e l’involuzione, queste storie non sembrano tanto pettegolezzi quanto piuttosto esempi concreti di ciò che Mao definiva "capitalisti burocratici" e "revisionisti". Il linguaggio che usò decenni fa per mettere in guardia contro l’emergere di una nuova classe sfruttatrice all’interno del partito e dello Stato risuona oggi con straordinaria attualità. Le sue critiche al privilegio, alla corruzione e al distacco delle élite dalle masse sembrano meno appartenenti a un’epoca passata e più la descrizione di ciò che sta accadendo proprio oggi.

Ciò ha portato a una profonda e complessa riconsiderazione della storia e, in particolare, della Rivoluzione Culturale. Per decenni, il consenso ufficiale e intellettuale è stato quello di condannarla come un decennio di caos e catastrofe, una visione ampiamente accettata dai giovani. Ma la realtà attuale ha portato alla luce una questione cruciale: se le élite di oggi sono così corrotte e distaccate, come è possibile che i loro predecessori – gli alti funzionari e gli intellettuali epurati durante la Rivoluzione Culturale e successivamente riabilitati come vittime innocenti – fossero tutti senza macchia?

Questa domanda segna una rottura cruciale con la narrazione storica post-Mao. I giovani stanno iniziando a decostruire il verdetto ufficiale. Pur non avallando la violenza o il caos di quell’epoca, ne stanno riscoprendo lo scopo dichiarato: sfidare il potere consolidato, combattere la burocrazia e prevenire proprio quel tipo di consolidamento di classe che vedono intorno a sé. Stanno iniziando a vedere la Rivoluzione Culturale attraverso la lente delle sue intenzioni come una lotta necessaria contro la nuova classe dirigente da cui Mao aveva messo in guardia. Per loro, la Rivoluzione Culturale diventa un episodio del passato che riecheggia nelle lotte di oggi.

Qui sta un interessante paradosso. La stessa generazione di giovani cinesi che sta vivendo più acutamente i fallimenti del sistema di mercato, che è più critica nei confronti della nuova élite, è anche ampiamente considerata la generazione più patriottica e filo-Partito dall’inizio dell’era delle riforme. Viene spesso etichettata in modo derisorio come “Little Pinks” (xiao fenhong) dalle élite liberali filo-occidentali cinesi per  il suo nazionalismo irrazionale.[14] Ma questa etichetta non coglie la complessità. Sono profondamente consapevoli dei difetti interni del loro Paese, eppure, in un’epoca di instabilità globale e declino occidentale, vedono anche il sistema cinese come resiliente e, per molti aspetti, superiore. Hanno assistito in prima persona alla capacità dello Stato di sollevare dalla povertà centinaia di milioni di persone, intraprendere imponenti progetti di risanamento ambientale e conseguire straordinari progressi tecnologici. Questo ci porta al secondo motore, altrettanto potente, che alimenta la "febbre di Mao": un mix esplosivo di nazionalismo e anti-imperialismo.

Per i giovani di oggi, non c'è contraddizione nell’attribuire le proprie difficoltà personali all’elite dell'era del mercato e allo stesso tempo nel riconoscere alla tradizione socialista la forza della nazione. Essi vedono una connessione diretta. Attribuiscono i recenti successi tecnologici della Cina nel settore aerospaziale, delle ferrovie ad alta velocità e delle telecomunicazioni, ai principi fondamentali stabiliti da Mao: autosufficienza e innovazione indipendente. Tracciano un netto contrasto con gli anni '80 e '90, quando la strategia dominante era sintetizzata dalla frase “zao buru mai, mai buru zu” (vale a dire che quando si tratta di tecnologie all’avanguardia e prodotti sofisticati, lo sviluppo interno è spesso meno efficace dell’importazione, e l’importazione è meno vantaggiosa del leasing), il che portò a un impoverimento della ricerca e dello sviluppo nazionale e a una pericolosa dipendenza dall’Occidente. Le difficoltà di settori come quello dei semiconduttori e dell’aviazione commerciale, che hanno sofferto di questa dipendenza e sono stati successivamente colpiti dalle sanzioni statunitensi, sono viste come esempi da cui trarre insegnamento. Nella narrazione popolare che ha preso piede tra i giovani, ogni successo recente è visto come una conferma dell’insistenza di Mao sull’autonomia, e ogni battuta d’arresto come una deviazione da quella strada.

Questa convinzione trasforma Mao da combattente di classe all’interno della nazione, a eroe nazionale che difese la sovranità della Cina. Le vicende della guerra di Corea, dove una nazione appena nata e impoverita ha combattuto gli Stati Uniti fino allo stallo e lo sviluppo della bomba atomica nonostante il ritiro del supporto sovietico, non sono più storie lontane. Sono diventate miti fondamentali per una generazione che si vede intrappolata in una nuova "guerra prolungata" con gli Stati Uniti. Più che un sentimento astratto, si tratta di una forza reattiva in tempo reale.

Un esempio eclatante si è verificato l'8 aprile 2024. L'indice WeChat per “Jiaoyuan” (Maestro) ha registrato notevoli picchi di popolarità, raggiungendo i 139 milioni di visite, persino in assenza di un anniversario ufficiale legato a Mao. Il fattore scatenante è stato uno scontro pubblico sui dazi doganali tra Washington e Pechino. Non appena si è diffusa la notizia di un dazio statunitense del 104% sulle merci cinesi, i social media cinesi sono esplosi. La reazione non è stata il panico, ma un ritorno collettivo a Mao. Video virali del suo discorso del 1953 sulla Guerra di Corea, in cui dichiarava che gli Stati Uniti avrebbero potuto decidere quanto sarebbe durata la guerra, ma «finché vorranno combattere, noi combatteremo, fino al momento della vittoria completa», sono stati remixati e condivisi milioni di volte. Gli utenti hanno ripreso la sua famosa descrizione dell’imperialismo statunitense come "tigre di carta. Articoli e video che approfondivano i temi del suo saggio Sulla guerra prolungata hanno inondato i feed dei social media. Per alcuni giorni, i social media sono sembrati un corso accelerato di strategia maoista, mentre i giovani tracciavano parallelismi diretti tra la guerra commerciale e le lotte anti-imperialiste del passato.

Questo fervore patriottico non è sciovinismo. È un’espressione di massa della coscienza anti-imperialista, forgiata nel contesto della Nuova Guerra Fredda guidata dagli Stati Uniti contro la Cina.[15] Quando Washington è stata costretta a fare i conti con la realtà che la Cina avrebbe perseguito il proprio progetto sovrano piuttosto che essere assorbita nell’ordine imperialista guidato dall’Occidente, ha lanciato una campagna sempre più intensa per limitare lo sviluppo cinese. È in questa lotta che Mao è diventato il simbolo per eccellenza di una nazione del Sud globale che resiste con successo alla pressione imperialista. La sua eredità offre una potente contro-narrazione alla storia della globalizzazione incentrata sull’Occidente. Egli rappresenta la possibilità di un percorso alternativo verso la modernità, che non richiede la sottomissione ai dettami economici e politici di Washington.

In un’epoca caratterizzata da questa crescente competizione strategica, la sfida lanciata da Mao risuona con il desiderio di dignità nazionale e giustizia globale di una nuova generazione. I due motori della "febbre di Mao" - la critica interna alle disuguaglianze di classe e la resistenza esterna all’imperialismo - non sono separati. Sono due facce della stessa medaglia. Per molti giovani cinesi, la nuova élite interna è vista non solo come una classe sfruttatrice, ma come una classe compradora, ideologicamente e talvolta economicamente allineata agli interessi occidentali. Pertanto, la lotta per la giustizia sociale in patria e la lotta per la sovranità nazionale all’estero sono viste come un’unica e stessa battaglia. Mao, sia come leader rivoluzionario che sfidò le disuguaglianze interne, sia come leader nazionale che ha tenuto testa alle potenze straniere, rappresenta il simbolo perfetto e unificante di questa doppia lotta.

I molti volti di Mao: mentore rivoluzionario e guru del self-help

La rinascita del maoismo tra i giovani cinesi è tutt'altro che uniforme. Sebbene molti sono attratti da Mao come mentore rivoluzionario - utilizzando le sue teorie sulla lotta di classe e sull'antimperialismo per comprendere l'ingiustizia sociale e il sistema mondiale ineguale - altri si rivolgono a lui per ragioni più personali, e forse più contraddittorie. Per quest'ultimo gruppo, Mao non è soprattutto una guida per cambiare il mondo, ma un mentore per orientarsi in esso. Ciò ha dato origine a una tendenza peculiare e diffusa: la lettura delle Opere scelte di Mao come un manuale per il successo personale e la resilienza psicologica.

Questo approccio spoglia il pensiero di Mao del suo scopo collettivo e rivoluzionario e lo ripropone come una cassetta degli attrezzi per l’avanzamento individuale nel mercato ipercompetitivo. Su piattaforme social come Bilibili e Douyin, si vedono degli influencer spiegare come applicare i principi strategici di Mao -  presi da Sulla guerra prolungata e Analisi delle classi nella società cinese - alle politiche aziendali, alla pianificazione della carriera, alle trattative commerciali e persino alle relazioni sentimentali. L’obiettivo non è più identificare e rovesciare la classe sfruttatrice, ma imparare a come superare in astuzia un capo difficile, a conquistare un cliente o ad assicurarsi una promozione. È un'espressione di alienazione: la teoria rivoluzionaria concepita per smantellare un sistema di sfruttamento viene strumentalizzata per aiutare gli individui a scalare le gerarchie all'interno di quello stesso sistema. Questa paradossale adesione a Mao rivela l'immensa pressione a cui sono sottoposti i giovani: quando cambiare la società sembra impossibile, l'unica opzione rimasta è quella di ottimizzare le proprie possibilità di sopravvivenza.

Questo interesse per la lotta individuale va oltre i consigli pratici e si traduce in un profondo fascino per la storia personale di Mao. Accanto alle Opere scelte, diverse biografie di Mao occupano costantemente i primi posti nelle classifiche dei prestiti delle biblioteche universitarie e nelle liste dei bestsellers dell’e-commerce. I giovani sono attratti dalla storia di Mao come “eroe solitario”, come una figura che ha affrontato ripetutamente avversità schiaccianti, ma ha perseverato grazie alla forza di volontà e all’ottimismo. Trovano immensa ispirazione nei suoi primi anni, in particolare nei suoi racconti personali di lotta e povertà. Un passaggio tratto da Red Star Over China (Stella Rossa sulla Cina) di Edgar Snow viene spesso citato e condiviso tra i giovani delle città, poiché parla direttamente alla loro esperienza personale nel cercare di affermarsi nella metropoli:

Le mie condizioni di vita a Pechino erano proprio miserevoli… Abitavo in una località chiamata “Pozzo dai tre occhi (San Yen-ching), in una stanzetta che ospitava altri sette ragazzi. Quando eravamo tutti sul k’ang, stretti stretti, non riuscivamo quasi più a respirare… Nei parchi e nei giardini dei vecchi palazzi potevo ammirare però la precoce primavera nordica e vedevo sbocciare sui rami i bianchi fiori del prugno mentre il ghiaccio era ancora spesso sul lago di Pei-hai [“il Mare del Nord”]… Gli innumerevoli alberi di Pechino destarono la mia meraviglia e la mia  ammirazione.[16]

Per un giovane laureato stipato in un minuscolo appartamento condiviso a Pechino o Shanghai, l’immagine di un giovane Mao che trova bellezza e determinazione in mezzo alle difficoltà è una forte fonte di consolazione personale. Gli fa capire che la propria sofferenza non è unica, che anche le figure più illustri hanno affrontato prove simili. Il percorso di Mao, da assistente bibliotecario povero a leader di una nazione, diventa la storia per eccellenza del miglioramento personale. Offre un potente messaggio di speranza, ma è una speranza incanalata verso di se, incentrata sulla resistenza individuale piuttosto che sull’azione collettiva.

Pertanto, la “febbre di Mao” racchiude una tensione cruciale e irrisolta. È allo stesso tempo un risveglio politico e una forma di self-help, una critica collettiva e un meccanismo di difesa individualista. Questa dualità è il riflesso più veritiero della condizione della gioventù cinese contemporanea. I giovani sono politicamente consapevoli da riconoscere che le loro lotte personali - la competizione senza fine, i lavori precari, il costo della vita soffocante - non sono fallimenti individuali, ma sintomi di una struttura sociale imperfetta. Eppure, la prospettiva di cambiare questa struttura estesa e rigida sembra scoraggiante, lontana e piena di rischi. Di fronte all’immediata e urgente necessità di sopravvivere, molti si ritirano dal grande progetto di trasformazione sociale per dedicarsi al compito più gestibile dell’avanzamento personale. Si rivolgono agli strumenti più potenti di liberazione collettiva e li riadattano a strumenti di resistenza individuale. Il rivoluzionario è stato reinventato come life coach, non perché il suo messaggio politico sia stato dimenticato, ma perché, per molti, la necessità impellente di sopravvivere in un sistema spietato prevale su obiettivi politici più ambiziosi.


Conclusione: Il futuro di uno spettro, un’agenda incompiuta

Lo spettro di Mao che ora aleggia sulla Cina non è solo un fantasma del passato, ma uno specchio che riflette il presente del Paese. La rinascita dell’interesse per la sua vita e per le sue opere tra i giovani cinesi è ben più di una moda passeggera. È un sintomo politico radicale, nato direttamente dalle profonde e crescenti contraddizioni dell’ordine sociale cinese post-riforma. Mentre l'era dell'ipercrescita volge al termine, l'economia di mercato neoliberista mette a nudo i suoi costi: disuguaglianze evidenti, privilegi di classe radicati e un diffuso senso di precarietà per una generazione a cui era stato promesso un futuro di prosperità. La "febbre di Mao" è la risposta ideologica a questa realtà materiale.

Questo movimento porta con sé un potenziale immenso, seppur contraddittorio. Il suo principale punto di forza risiede nel fatto di aver riportato in primo piano l'analisi di classe. Rappresenta una sfida diretta al consenso liberale dominante negli ultimi quarant’anni, che ha cercato di "dire addio alla rivoluzione" a favore di un pragmatismo guidato dal mercato e dell’integrazione nell’ordine mondiale a guida statunitense. Una nuova generazione sta reimparando un linguaggio politico che le permette di individuare le fonti della propria alienazione e del proprio malcontento. Ciò costituisce una forza politica nascente e potenzialmente dirompente, che ha già dimostrato la propria capacità di crescere in modo organico, persino di fronte alla censura e alla disapprovazione ufficiale.

 Tuttavia, il movimento è anche gravato da limiti che ne smorzano la promessa rivoluzionaria. I suoi potenti sentimenti anti-imperialisti e nazionalisti, pur essendo autentiche espressioni di un desiderio di sovranità, possono essere facilmente strumentalizzati dal governo per legittimare se stesso, smussando la forza della sua critica di classe. Inoltre, la tendenza a trasformare gli insegnamenti di Mao in una sorta di manuale self-help per il successo individuale rischia di svuotare di significato la sua teoria rivoluzionaria, trasformando un appello all’azione collettiva in un semplice meccanismo di difesa per sopravvivere a un sistema oppressivo. Privo di un’organizzazione formale e confinato per lo più nell’ambito digitale, rimane un insieme vago e a volte confuso di sensazioni piuttosto che un movimento organizzato.

Qual è, dunque, il futuro di questo spettro? Finché persisteranno le contraddizioni sociali ed economiche di fondo che le hanno generate - l’enorme divario tra i pochi privilegiati e i molti in difficoltà, il conflitto tra le aspirazioni nazionali e la pressione imperialista, e l’alienazione provata da una generazione gravata da ansie sistemiche - Mao non scomparirà. Il suo ritorno indica che le questioni fondamentali da lui sollevate sul cammino della Cina non sono reliquie di un’epoca passata. Le questioni di classe, di giustizia sociale e di chi detiene realmente il potere nella socieetà non sono state risolte da decenni di riforme di mercato. Sono riemerse in una nuova forma e una nuova generazione, forte delle sue parole, esige una risposta. Il programma rivoluzionario, a quanto pare, rimane incompiuto.

Note

* Grande Maestro - Grande Capo - Grande Comandante Supremo - Grande Timoniere (N.d.R.)


[1] Per uno studio approfondito su questa divergenza di atteggiamenti in merito alle classi sociali, si veda Mobo C. F. Gao, The Battle for China’s Past: Mao and the Cultural Revolution, Pluto Press, Londra 2008. Questo divario è ben descritto da un’indagine sociologica condotta nel 2000 in una città dell’Henan. L’indagine ha rilevato che l’85% degli intervistati non credeva nella promessa della riforma secondo cui «lasciare che alcuni si arricchiscano per primi» avrebbe portato alla prosperità comune, sostenendo invece che tale politica avrebbe solo ampliato il divario tra ricchi e poveri. Allo stesso tempo, un sorprendente 0% ha espresso opposizione alla Rivoluzione Culturale. Si veda Sun Liping, Imbalance: The Logic of a Fractured Society, Social Sciences Academic Press, Pechino 2004, p. 66.

[2] Wei Bing, What Do You Think of Mao?, China Focus 2, n. 1, 1994, p. 3, citazione in Mobo Gao, Mao’s Spectre Still Haunts Mainland China: China’s Economic Reforms and Chinese Attitudes After Mao’s Death, Hong Kong Journal of Social Sciences, n. 7, primavera 1996, pp. 140-158.

[3] Li Yexing, A Survey on University Students’ Understanding and Evaluation of the ‘Cultural Revolution', China News Digest Supplement, n. 475, 22 aprile 2008.

[4]  L'Università di Tsinghua pubblica annualmente l'elenco dei prestiti della biblioteca sul proprio account ufficiale di WeChat. Per i dati relativi al 2019, si veda Tsinghua University, Tsinghua University Library’s 2019 Loan Ranking Is Here!, WeChat, 10 gennaio 2020.

[5]  MyCOS Institute, We Analyzed Big Data from 80 University Libraries and Found This Book is the Most Popular, Sohu, 19 febbraio 2021.

[6] Il video originale pubblicato dall'account ufficiale dell'Università di Beihang è ancora disponibile: Beihang University, Beihang Library’s 2020 Annual Loan Ranking, Douyin,15 maggio 2021. Nell'ultimo rapporto del 2024, sia le "Opere scelte" che il volume V sono rimasti tra i primi cinque. Si veda Beihang University Library, Data Talks 2024: Beihang Library Annual Reading Report, WeChat, 13 maggio 2024.

[7] Li Yuan, Who Are Our Enemies?’: China’s Bitter Youths Embrace Mao. New York Times, 8 luglio 2021.

[8] Si veda la risposta di Sanjiu Xiansheng, Chi è il più grande personaggio cinese della storia?», canale Zhihu, aggiornata l'ultima volta il 18 agosto 2017.

[9] Si veda la discussione relativa alla domanda, Dall’antichità ai giorni nostri, chi pensi sia il più grande personaggio cinese?, canale Zhihu, pubblicata il 7 aprile 2020.

[10] Mark Magnier, China’s Economic Growth in 2015 Is Slowest in 25 Years, Wall Street Journal, 19 gennaio 2016.

[11]  For an analysis of “involution” and “lying flat” among Chinese youth, see Jinting Wu, “Toward a Different Kind of Social Distinction? Educational Refusal and the Low Desire Youth Subculture in Contemporary China,” in The Bloomsbury Handbook of Bourdieu and Educational Research, eds. Garth Stahl, Guanglun Michael Mu, Pere Ayling, and Elliot B. Weininger (London: Bloomsbury Academic, 2024).

[12]  Wang Pingping, “The Employment Situation Was Generally Stable in the First Half of the Year,” National Bureau of Statistics of China, July 18, 2023.

[13] National Bureau of Statistics of China, “NBS Spokesperson Answers Questions on the National Economic Performance for July 2023,” August 15, 2023.

[14] Per un'analisi dei fenomeni di "involuzione" e "stagnazione" tra i giovani cinesi, si veda Jinting Wu, Toward a Different Kind of Social Distinction? Educational Refusal and the Low Desire Youth Subculture in Contemporary China [Verso un diverso tipo di distinzione sociale? Rifiuto dell’istruzione e sottocultura giovanile del 'basso desiderio' nella Cina contemporanea], Garth Stahl, Guanglun Michael Mu, Pere Ayling e Elliot B. Weininger (a cura di), The Bloomsbury Handbook of Bourdieu and Educational Research, Bloomsbury Academic, Londra 2024.

[15] John Bellamy Foster, The New Cold War on China, Monthly Review 73, n. 3, luglio-agosto 2021, pp. 1-20.

[16] Edgar Snow, Red Star Over China, Bantam Books, New York 1978, pp. 140-141; tr. it., Edgar Snow, Stella rossa sulla Cina, Einaudi, Torino 1974, pp. 172-173.


Yinhao Zhang

Traduzione a cura della Redazione di Antropocene.org

Fonte: Monthly Review vol. 77, n. 11 (01.04.2026)


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