- Il capitalismo è un sistema molto dinamico, capace di trasformazioni formidabili, vale a dire anche di involuzioni che hanno effetti molto pesanti sulla vita delle persone.
- Proprio per questo, è un fenomeno che va compreso e definito concettualmente ma anche storicamente, colto vale a dire nei suoi processi, nei suoi cambiamenti.
- L’attuale situazione del capitalismo occidentale va riportata a dinamiche comparse nel Secondo dopoguerra, che ci mostrano come il capitalismo si sia trasformato radicalmente, passando da una fase di crescita economica – caratterizzata da forti investimenti e una situazione lavorativa prossima al pieno impiego (integrazione dei lavoratori), che ha consentito ai lavoratori da una posizione di forza di ottenere, durante e subito dopo il boom economico post bellico (il Golden Age), importanti conquiste salariali, un generale miglioramento della situazione lavorativa e un grandissimo welfare state, che non è stato regalato dallo Stato ma creato sulla base del salario lordo dei lavoratori (Shaikh e Tonak) – a una fase che ci ha portato allo stato attuale.
- Al boom economico è subentrato infatti, negli anni ’70 e ’80, anche sulla scorta di una graduale caduta del saggio del profitto in atto da decenni, una fase di “ristrutturazioni” (vendite, accorpamenti di aziende…): gli investimenti produttivi (la cosiddetta accumulazione) hanno iniziato a contrarsi; le ristrutturazioni hanno creato una massa di denaro infruttuoso che ha dato avvio a una fase di speculazione finanziaria che ha comportato una mutazione radicale del capitalismo occidentale. Naturalmente, questo discorso è più complesso di quanto sembri, dal momento che la legislazione americana, ad esempio, ha posto limiti al passaggio di capitali dalla sfera produttiva a quella speculativa, ma è anche un dato di fatto che la disponibilità di liquidità confluita nella speculazione derivi dalle ristrutturazioni del settore produttivo. (Giussani) Non dimentichiamoci infine del processo di decolonizzazione in atto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
- Contemporaneamente alla fase delle “ristrutturazioni” ha visto la fine anche il sistema fondato sugli Accordi di Bretton Woods (22 luglio 1944), nato prima della fine della Seconda Guerra Mondiale affinché non si presentasse una nuova grande crisi come quella del ’29: questi Accordi avevano regolato i rapporti monetari e finanziari tra 44 paesi sulla base della stabilità del dollaro e della sua conversione in oro (conversione fissa a 35 dollari l’oncia), che aveva reso la moneta americana la valuta di riferimento. Tesaurizzare dollari era diventato un obiettivo per ogni paese. Qualsiasi cittadino non americano in possesso di grandi quantità di dollari poteva scambiarli in oro. Questo fino al ’71, quando Nixon pose termine a quest’epoca. Fino al 1965 gli Stati Uniti erano stati il più grande esportatore al mondo, specialmente verso l’Europa e l’Asia. Questo surplus commerciale era garanzia del ritorno in America dei dollari detenuti all’estero. Ma, a metà degli anni ’60, gli Stati Uniti si erano trasformati in un paese in deficit commerciale: importavano più di quanto esportassero. Un torrente di dollari lascia l’America verso l’Europa e l’Asia senza tornare più indietro. Maggiore il deficit commerciale, maggiore il timore degli stranieri che gli U.S.A. non avessero oro sufficiente per pareggiare i dollari di cui erano in possesso. Questo causò una corsa all’oro americano. Fu così che il 15 agosto 1971 Nixon pose fine agli Accordi di Bretton Woods. Da quel momento, alle banche centrali del resto del mondo non restò altra alternativa che usare i dollari al posto dell’oro come riserve per sostenere il valore della loro valuta. (Varoufakis)
- Questa fase di ristrutturazioni degli anni ’70 e ’80, che vede l’avvio di una fase speculativa senza precedenti, culminerà nella grande crisi, la Great Recession del 2008, entro i cui effetti si colloca la storia di questi anni difficili che stiamo vivendo.
- Negli USA, la fase delle cosiddette ristrutturazioni è iniziata, come appena anticipato, già a metà degli anni ’60, con un processo di delocalizzazioni che ha trasformato la principale potenza mondiale da un paese in surplus commerciale in un paese in deficit commerciale. Questo aspetto spiega il quadro economico in cui ci ritroviamo: il tacito patto che porta gran parte dei paesi del mondo (dall’Europa alla Cina) a sfruttare la relativa debolezza della propria valuta rispetto al dollaro USA e un minor costo del lavoro, per esportare negli USA e quindi ad investire i loro profitti a Wall Street, nel settore assicurativo e immobiliare americano (FIRE).
- Questo calo storico degli investimenti produttivi (accumulazione) e il processo di delocalizzazione ha caratterizzato l’economia di gran parte dei paesi dell’area OCSE. La cosa ha comportato da allora un graduale impoverimento della società occidentale, con la deintegrazione dei lavoratori, cacciati fuori dalla catena produttiva. La disoccupazione e la grande disponibilità di manodopera ha avuto l’effetto di mettere i lavoratori occidentali in competizione fra loro e con quelli di altri paesi, di aumentare lo sfruttamento e il lavoro precario. È questo il contesto che ha visto i lavoratori abbandonare gradualmente i partiti di sinistra e avvicinarsi a quelli populisti di destra, in quanto la sinistra, dimenticate le lotte per il lavoro e le conquiste salariali, si è trasformata quasi ovunque in una forza “progressista” impegnata nel migliore dei casi in quelle per i diritti civili (migranti, minoranze LGBTQ…). La destra sembra rispondere al malcontento dei disoccupati, dei precari, ma lo fa spesso dirottando l’attenzione contro i migranti, cioè creando capri espiatori da esporre all’odio delle masse. Le politiche trumpiane di rilanciare la produzione nazionale e restituire, attraverso i dazi, posti di lavoro agli americani della classe popolare e media, si fonda sull’idea di indebolire relativamente il dollaro, senza fargli perdere il primato, rispetto alle altre valute, in modo da ridurre il deficit commerciale ed aumentare la produzione e le esportazioni americane. Un tentativo di dare una risposta al problema nazionale. Bisognerà vedere se il forte legame di Trump (anche per interessi personali) con gli speculatori di Wall Street gli consentirà di portare avanti questo progetto. E considerare anche come la concorrenza delle Big Tech cinesi, i legami ambigui che legano gli USA alla Cina e, non per ultimo, la crescita di nuovi sistemi di pagamento introdotti dalla Cina, che minano già da tempo il sistema di pagamenti incentrato sul dollaro, contribuiranno a definire e movimentare il quadro complessivo fin qui descritto. Non dimentichiamoci che i salari dei lavoratori americani sono oggi fermi ai livelli degli anni ’70 e che un rilancio della produzione interna, se creerà posti di lavoro, non potrà non prevedere un contenimento della spesa per il capitale variabile se vorrà essere competitivo.
- La deriva finanziaria e speculativa del capitalismo occidentale ha visto una crescita dell’indebitamento complessivo: dal 1952 al 2008 il debito complessivo dell’economia americana si è accresciuto dal 103% al 320% del Pil, e di questo aumento il 90% si è accumulato dal 1977 in poi. Il debito delle imprese non finanziarie e della pubblica amministrazione però è cresciuto relativamente poco, mentre è eccezionalmente aumentato quello direttamente legato alla finanza, ossia l’indebitamento delle famiglie e delle società finanziarie. Quest’ultimo è passato dal nulla a quasi il 40% del debito totale nel volgere di 25 anni. L’incremento del debito del settore finanziario è asceso da 10.1 miliardi di US$ nel 1952 a 10974 miliardi di US$ nel 2003, vale a dire dal 2.83% al 99.87% del Pil americano, nonché dal 2.17% al 32.93% dell’indebitamento complessivo dell’economia americana. (Giussani)
- Nel 2002, trent’anni dopo la fine di Bretton Woods, il reddito totale dell’umanità si aggirava intorno a 50.000 miliardi di US$. Nello stesso anno gli speculatori di tutto il mondo avevano investito 70.000 miliardi di dollari in varie scommesse. Nel 2007, il reddito totale dell’umanità era passato da 50 a 75 trilioni di dollari (33% in più in 5 anni!), ma la somma delle scommesse sul mercato monetario globale era passata da 70 a 750 trilioni di dollari (con un aumento del 1000%). (Varoufakis)
- Nuovi prodotti speculativi si sono affacciati all’orizzonte. Quello che fa scalpore è l’ammontare nominale di derivati detenuti da banche che, in valori assoluti, tra il 1991-2003, è passato da 8 trilioni a 60 trilioni di US$ e, in rapporto al Pil americano, è passato da 15 trilioni a 75 trilioni di US$. (Giussani) I derivati nascono come una forma di assicurazione per garantire vendite future esposte a rischi, quindi come una formula per garantire il commercio, ma ben presto sono diventati prodotti tossici che si prestano alle più azzardate scommesse e che continuano a infestare il sistema finanziario fino al punto da portarlo nel 2008 sull'orlo del collasso, non fosse stato per i governi e le banche centrali che emettendo denaro come se non ci fosse un domani hanno salvato le banche e le finanziarie indebitate imponendo per converso alla gente comune sacrifici e sangue.(Varoufakis)
- È opinione degli economisti di sinistra che «il bailout [salvataggio attraverso emissioni di denaro] del sistema creditizio e finanziario avvenga in realtà gratis senza che sussista alcun motivo razionale per ridurre le spese pubbliche. E anzi riducendole si prolungherà e aggraverà la crisi produttiva… Quello che conta [però] è il modo in cui i soldi prestati tornano al punto di partenza. Se ritornano regolarmente senza altro intervento da parte dello stato ciò implica che la nuova fase di investimenti speculativi ha avuto successo, ovvero che una sufficiente quota di capitale monetario è stata sottratta al capitale produttivo – grazie alle meraviglie delle politiche economiche. Se al contrario si rifiutano di tornare e/o i governi li convertono in trasferimenti a fondo perduto, il deficit e il debito pubblici si accresceranno. E ci sono solo due modi di far fronte ai deficit: ridurre le spese e/o aumentare le imposte, oppure monetizzare il debito, e nessuno dei due può in alcun modo essere gratis dal punto di vista della società». (Giussani)
- Questa deriva speculativa è scoppiata con la crisi del 2008. Ne stiamo ancora pagando le conseguenze. Ne è derivata un’emissione enorme di denaro da parte dei governi e delle banche centrali per salvare le banche indebitate, molte finanziarie e austerità per la gente comune.
- Alla crisi dell’economia occidentale si è contrapposta, come «parte essenziale di questo processo» (Giussani), l’ascesa della Repubblica Popolare Cinese «perché fornisce ai paesi occidentali le merci di costo inferiore necessarie a compensare lo squilibrio generato dal trasferimento permanente di fondi dalla sfera produttiva a quella finanziaria» attraverso una «produzione per l’esportazione di merci di qualità inferiore mediante tecniche inferiori, in buona parte caratterizzata da dumping, con salari tendenzialmente calanti e spesso impiegando sistemi simili a quello dei coolies» (Giussani). Almeno all’inizio, non si è trattato «dell’emergeredi una nuova superpotenza economica destinata a dominare il mondo e quindi a scontrarsi globalmente con i padroni attuali, ma la crescita cinese è una parte integrante del declino storico del capitalismo su scala planetaria» (Giussani). Oggi le cose appaiono diversamente, visti anche il miglioramento medio della qualità della produzione cinese e i grandi progressi delle Big Tech cinesi che stanno sottraendo il primato a quelle americane. Il crollo finanziario del 2008 ha avuto due effetti: 1) ha rafforzato la posizione della Cina nel riciclo del surplus globale; 2) ha fatto sviluppare al massimo il Capitale Cloud cinese. L’incremento degli investimenti cinesi dal 30% a oltre il 50% del reddito nazionale, subito dopo quella data, ha creato, infatti, una domanda globale per i prodotti europei e americani che ha contribuito a salvare da se stesso il capitalismo, messo in ginocchio dalla crisi finanziaria scoppiata in America e dalla successiva austerity. Naturalmente, i profitti cinesi hanno continuato a rivolgersi verso Wall Street ma hanno anche favorito la nascita della Nuova Via della Seta, con investimenti in Africa, Asia ed Europa e fatto sviluppare, come già detto, le Big Tech e il Capitale Cloud cinese. Ciò non toglie che la Cina conosca anche seri problemi, legati soprattutto alla crisi del settore immobiliare. (Varoufakis)
- Il saccheggio del pianeta intanto è cresciuto a dismisura, ed è cresciuta la speculazione sulle materie prime. Gli Accordi di Parigi del 2015 per contenere le emissioni entro l’aumento di 1,5° per rallentare il cambiamento climatico vengono sempre più disattesi: gli investimenti nel settore fossile sono in continua crescita. Basta vedere il caso degli USA.
- La massiccia emissione di denaro in occasione della Great Recession del 2008 ha rimesso in moto la speculazione finanziaria. Intanto si afferma anche quello che Yanis Varoufakis chiama il “capitale cloud” (Tecno-feudalesimo), che si allinea: a) alla storica tendenza al calo degli investimenti produttivi e b) allo sfruttamento rapace del Pianeta. Si tratta di una nuova mutazione del capitalismo, innescata dalla “privatizzazione di Internet” attraverso nuove piattaforme orientate a sfruttare e ricavare parassitariamente rendite dalle attività altrui, dalle risorse planetarie e a modificare il comportamento degli utenti. È una tendenza che va in senso contrario agli investimenti produttivi, al profitto e alla crescita dell’economia, in direzione, invece, di un maggiore sfruttamento dei lavoratori e degli utenti e dell’affermazione della rendita rispetto al profitto. Senza pensare quanto questo sia controproducente, in quanto più i lavoratori sono sfruttati meno consumano…
- Il crollo del 2008 ha portato, fino ad ora, le banche centrali a stampare migliaia di miliardi per rimpiazzare le perdite dei banchieri: ad approfittare di questo denaro sono stati soprattutto i cloudalisti e gli speculatori. In entrambi i casi sono soldi che escono dal circuito del profitto e dell’aumento della capacità produttiva. Anche la pandemia ha contribuito all’inflazione, quando il blocco delle merci ne ha fatto lievitare il costo. L’inflazione può arrestarsi quando la domanda si riduce o quando il capitale sfrutta di più i lavoratori imponendo una riduzione dei salari, o quando lo stato interviene togliendo ai capitalisti parte dei loro profitti per pagare deficit, debiti e spese. Là dove i lavoratori non riescono a opporsi agli effetti dell’inflazione, si avvantaggiano di solito le aziende capaci di gonfiare i prezzi al di sopra dei propri costi, ma si avvantaggiano anche i cloudalisti. Ad esempio, la transizione energetica e la diffusione di macchine elettriche favoriscono il capitale cloud, in quanto fanno leva su app e ritrovati elettronici gestiti da aziende di questa categoria. La bolla del 2022 ha fatto crollare diverse aziende basate sul capitale cloud. Durante la grande inflazione, in cui il valore delle azioni delle aziende Big Tech USA si è ridotto di 4000 miliardi di dollari, il corso non si è però invertito. Il flusso da parte delle banche ha continuato ad esserci. (Varoufakis)
- La crescita del settore finanziario, e più specificatamente speculativo degli ultimi decenni, ha visto l’affermazione del fenomeno del private equity. Si tratta di una categoria di investimenti finanziari a favore di società non quotate in borsa al fine di sostenerne lo sviluppo. Questi investimenti si concretizzano nell’acquisto di azioni o sottoscrivendo azioni di nuova emissione che apportano nuovi capitali all'obiettivo dell’azienda, finanziamenti che in quanto azionari non creano debito. Nato per sostenere nuovi progetti o rivitalizzare certe imprese, il private equity si è trasformato, non di rado negli ultimi anni, in un sistema per fare operazioni tossiche a discapito delle aziende stesse e dei lavoratori che ne fanno parte. Una prassi più o meno diffusa è quella di dividere, ad esempio, un'azienda di servizi in due aziende, una che fornisce servizi e l’altra proprietaria dei mezzi e dei beni immobili. A questo punto la prima dovrà pagare alla seconda l’affitto per usufruire dei mezzi, della sede, ecc., e ai lavoratori verranno imposte ore lavorative aggiuntive senza pagamento degli straordinari, licenziamenti, fino alla chiusura dell’attività, mentre la seconda verrà quotata in borsa. Facendo leva sul suo patrimonio la seconda potrà chiedere prestiti alle banche e con questi soldi acquistare le proprie azioni per farne salire il valore. A questo punto, quando il valore è fittiziamente salito, la seconda azienda sarà pronta per essere venduta. Questi giochetti sulla pelle dei lavoratori e delle stesse aziende, dopo il 2008 sono diventati una prassi abbastanza diffusa.
- Sempre secondo Varoufakis, oggi il mondo è diviso in due feudi cloud, ma il capitale cloud cinese si dimostra più dinamico, in quanto ha inaugurato una finanza cloud che consente nuovi sistemi di pagamento e di trasferimento del denaro che permettono di aggirare quelli basati sul dollaro USA, cosa che rischia di dare un altro scossone all’economia americana, paese che finora ha vantato un suo primato non tanto sul piano produttivo quanto su quello finanziario, anche per il ruolo svolto dal dollaro nel sistema di pagamenti internazionali. Una dimostrazione si presenta in occasione dell’invasione dell’Ucraina da parte di Putin: quando la Federal Reserve congela 300 miliardi di dollari appartenenti alla Banca Centrale Russa e la sfratta da tutti i sistemi di pagamento internazionali, l’alternativa viene dai cloudalisti cinesi grazie al loro sistema di pagamento globale alternativo. A ciò si aggiunga che il 14 agosto 2020 la Banca Popolare Cinese ha lanciato in forma sperimentale uno yuan digitale: è la prima volta che uno Stato emette una valuta completamente digitale. Finora infatti i pagamenti digitali sono stati veicolati attraverso le banche private; i pagamenti internazionali avvengono attraverso un meccanismo macchinoso e inefficiente che prevede diversi passaggi, fonte di rendita per ciascun banchiere intermediario. Secondo i nuovi portafogli digitali offerti dalla Banca Popolare Cinese i trasferimenti avvengono invece subito e a costo zero. Lo yuan digitale e la finanza cloud cinese hanno pertanto iniziato ad affermarsi come una valida alternativa al sistema di pagamenti internazionali fondato sul dollaro. (Varoufakis)
- Si rende forse necessaria una riflessione finale per rispondere alle obiezioni di quanti possano considerare le piattaforme del Capitale Cloud come una forma più avanzata di pubblicità che offre comunque vantaggi alle aziende che se ne servono per dare maggiore visibilità e vendere i propri servizi o prodotti digitali o materiali che siano. Certo, c'è anche questo aspetto (che andrebbe naturalmente considerato dati alla mano per vedere il rapporto costi-benefici). Però, alla luce di un discorso generale, si vede subito che si tratta di un sistema diverso dalla pubblicità tradizionale e che obbedisce a una tipica logica da età di miseria. Infatti, per considerare fin dove si stia spingendo il Capitale Cloud per ricavare parassitariamente rendite dalle attività altrui, basta considerare aziende come Uber, Lyft, Grubhub, Doordash, Instacart, coi loro imitatori in Asia e Africa, aziende che gestiscono autisti, addetti alle consegne, addetti alle pulizie, ristoranti, dog-sitter, riscuotendo da questi lavoratori non retribuiti e a cottimo una quota fissa dei loro guadagni. Oppure si pensi a Bukalapak, Jeff Bezos, Valar Ventures, Tencent, che stanno sfruttando addirittura i warung indonesiani (negozietti che vendono notte e giorno cibo e bevande e beni di prima necessità) per ricavarne una rendita dai loro magri introiti. Sempre più aziende, per accedere ai loro clienti, devono dipendere da feudi cloud, i quali hanno un potere immenso, perché con un semplice click possono fare scomparire le loro merci da Internet. (Varoufakis) Si tratta pertanto di piattaforme che cercano di monopolizzare certi servizi e punti vendita per raschiare il possibile anche da lavori poveri e precari: espressione pertanto di un capitalismo predatorio che cerca di ricavare rendite persino dalla povertà. Inoltre, il Cloud Capital mira soprattutto a fare incetta dei nostri dati di consumatori, profilandoci 24 h su 24, per modificare i nostri comportamenti e trasformarci in “servi della gleba” di un sistema non solo commerciale, mettendo questi dati, magari, a disposizione di sistemi di controllo, come succede in Cina e prevedibilmente in altri paesi soggetti a governi autoritari. Ogni volta che noi, oltre ad acquistare oggetti, app, ecc., commentiamo i nostri acquisti e quelli altrui, forniamo gratuitamente dati a un sistema che ci profila in modo costante e che contribuiamoad aggiornare coi nostri feedback affinché, a nostra insaputa, continui a proporci nuovi acquisti. Dietro Alexa, l’assistente virtuale di Amazon, o Siri, l’assistente virtuale di Apple, mentre rispondono alle nostre domande e persino quando non interagiscono con noi, opera lo stesso “meccanismo” finalizzato aregistrare i nostri interessi, desideri e a catturare la nostra attenzione per modificarla. Allo stesso modo di Facebook, Twitter (X), TikTok, Instagram, Youtube, Whatsapp… Ormai non ci meravigliamo più quando subito dopo una ricerca su Internet o anche dopo averne semplicemente parlato con qualcuno ci compare sul nostro telefonino la pubblicità dei prodotti che cercavamo o di cui si parlava. Si tratta di un'invadenza molto pericolosa del nostro spazio privato che si presta ad essere usata per controllare la nostra vita oltre che la nostra “funzione” di consumatori. Controllo di dati e sistema predatorio, anche di realtà economicamente precarie e depresse, si coniugano in questo nuovo orizzonte del Capitale Cloud. Siamo a livelli diversi rispetto alla pubblicità di tipo tradizionale, che cercava di influenzarci come consumatori ed erodere margini del profitto delle aziende. L’invadenza, lo sfruttamento e la capacità di condizionamento qui raggiunge livelli prima inimmaginabili.
Tutti gli aspetti finora evidenziati vanno considerati nel quadro di un capitalismo drogato, dal futuro molto incerto e aperto a derive fascistoidi, ormai lontano dalle dinamiche che l’hanno caratterizzato in epoche di forte crescita, come quella del Golden Age.
Injustus von Liebig

