Fonte: African Arguments - 21.10.2024
Circa 31 anni dopo l'entrata in vigore della Convention on Biological Diversity (Convenzione sulla Diversità Biologica, CBD), l'ultima Conferenza delle Parti - come vengono chiamate le riunioni periodiche di governi, ONG e altri soggetti interessati a queste conferenze - inizia questa settimana nella vivace città colombiana di Cali.
Questa, la COP16, è particolarmente importante perché dovrebbe risolvere alcune questioni vitali ma lasciate incompiute riguardanti il nuovo “piano d'azione” globale per la biodiversità, noto come Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework [Quadro globale per la biodiversità di Kunming-Montreal].
Non fatevi ingannare dal titolo tipicamente banale: la posta in gioco potrebbe avere conseguenze drammatiche su milioni di persone in tutto il mondo, in particolar modo sulle comunità indigene e locali, perché il Framework presenta una serie di difetti fatali.
Nel complesso, significa che ciò che avrebbe potuto e dovuto essere un’iniziativa trasformativa sta invece ripetendo lo stesso vecchio approccio alla “protezione della biodiversità”, promuovendo un modello coloniale dall’alto verso il basso, guidato da governi e agenzie internazionali, che è radicato nel razzismo ed è ampiamente screditato, ma che nonostante ciò persiste.
Sintomatico di come il nuovo piano d'azione sia stato cooptato fin dall'inizio è stata la decisione di finanziarne l'attuazione non istituendo un fondo globale innovativo, come volevano molte nazioni del Sud del mondo, ma piuttosto di istituire un fondo sotto gli auspici del Global Environment Facility (GEF), una collaborazione di lunga data tra la Banca Mondiale, varie agenzie delle Nazioni Unite e governi.
La scelta del Global Environment Facility è stata altamente problematica, in quanto questa organizzazione non richiede che i popoli indigeni abbiano diritto al consenso libero, previo ed informato su qualsiasi progetto da esso finanziato, che possa avere ripercussioni sulle loro vite, sulle loro terre e sui loro diritti.
E siccome il nuovo fondo, noto come Global Biodiversity Framework Fund (GBFF), è in un certo senso una sussidiaria del GEF, ne ha adottato le regole. Il risultato è che accetterà proposte di finanziamento di nuovi progetti sulla biodiversità solo da una delle “AGENZIE GEF” designate. Si tratta di un gruppo di diciotto istituzioni, tutte banche di sviluppo multinazionali, o grandi società di conservazione come il WWF o Conservation International, che hanno una lunga storia di complicità nelle violazioni dei diritti umani.
Seguendo i soldi
Survival ha analizzato la documentazione di tutti i ventidue progetti finora approvati. Ciò che abbiamo scoperto suggerisce che i peggiori timori dei critici del GBFF erano ampiamente giustificati:
- Solo uno dei ventidue progetti finora approvati sarà verosimilmente utile alle popolazioni indigene ed è chiaramente rivolto a loro.
- Le commissioni totali da pagare alle agenzie proponenti, oltre i costi effettivi delle attività di progetto, ammontano al 24% dei fondi totali disponibili. La quota di fondi di progetto che rimane a queste agenzie sarà probabilmente ancora più alta.
- Tra le agenzie proponenti (e attuatrici), il capitolo statunitense del WWF è stato quello che ha avuto più successo nell'acquisizione di fondi. I suoi cinque progetti approvati (inclusi i finanziamenti preparatori), ammontano a 36 milioni di $, quasi esattamente un terzo del finanziamento totale. Il secondo più riuscito, l'UN Development Program (UNDP) e Conservation International (CI), che hanno rispettivamente nove e due progetti, ammontano a circa un quarto del finanziamento totale ciascuno. Insieme all'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura, queste agenzie riceveranno l'85% dei primi 110 milioni di $ di finanziamenti.
- Uno dei progetti finanzierà (attraverso il WWF) le aree protette in Africa, che hanno una lunga storia di espropriazione delle terre dei popoli indigeni, e di brutalità nei loro confronti da parte delle guardie ecologiche.
Una grossa fetta dei finanziamenti è destinata all'obiettivo “30×30” per aumentare l'estensione delle aree protette al 30% della terra e dei mari della Terra entro il 2030. Ciò è particolarmente preoccupante perché i parchi nazionali, le riserve naturali e altre aree di conservazione sono già una delle più grandi minacce per i popoli indigeni.
Tali parchi hanno quasi sempre comportato sfratti ed esclusioni brutali, violenza e distruzione dei mezzi di sostentamento indigeni. Questi problemi continuano ancora oggi, come nel caso dell'orribile sfratto di migliaia di Masai dalla Ngorongoro Conservation Area in Tanzania.
Survival International ritiene che la struttura e il funzionamento di questo intero modello di finanziamento siano fondamentalmente sbagliati. Un modello fortemente orientato a favore di progetti di conservazione “business as usual”, dall'alto verso il basso, invece di promuovere un nuovo e necessario approccio, basato sui diritti alla protezione della biodiversità. Ed è quasi del tutto inaccessibile agli stessi indigeni.
Riteniamo che l'intero meccanismo di finanziamento debba essere riconsiderato. Il GBFF deve ricevere una direzione completamente nuova, in cui il finanziamento sia principalmente indirizzato alle popolazioni indigene e alle comunità locali. Il finanziamento di nuovi o ampliati progetti di “conservazione fortezza” ** dovrebbe essere vietato.
Più in generale, le somme straordinariamente elevate (come 700 miliardi di dollari all'anno) che si suppone siano necessarie per la protezione della biodiversità vengono proposte da società di conservazione che hanno un interesse proprio a creare tali obiettivi. Sarebbero necessari molti meno finanziamenti per la protezione della biodiversità, se l'enfasi fosse posta su un più ampio riconoscimento delle terre e dei diritti dei popoli indigeni, piuttosto che sull'approccio costoso, coloniale, dall'alto verso il basso e militarizzato, che rimane il pilastro economico dell'industria della conservazione.
Crediti per la biodiversità: una nuova minaccia
Come se tutto ciò non fosse già abbastanza preoccupante, la riunione della COP16 vedrà il lancio di una serie di iniziative per creare crediti per la biodiversità.
Il concetto di crediti di biodiversità è simile a quello dei mercati del carbonio, dove aziende o organizzazioni possono in teoria “compensare” il loro inquinamento che causa il cambiamento climatico, acquistando crediti di carbonio da progetti sviluppati altrove che si ritiene prevengano le emissioni di carbonio, o lo rimuovano dall'atmosfera. In realtà, sia l'idea che la pratica di questi crediti sono profondamente sbagliate: tali progetti mettono un prezzo alla natura, trattano le terre delle comunità indigene e locali come una riserva di carbonio da scambiare sul mercato, in modo che gli inquinatori possano continuare a inquinare, mentre l'industria della conservazione ne trae vantaggio per miliardi di dollari. I popoli indigeni e le comunità locali, d'altro canto, finiscono per essere espropriati e privati dei loro mezzi di sostentamento.
I crediti di biodiversità, come i crediti di carbonio, fanno parte di una nuova spinta alla mercificazione della natura. Una recente dichiarazione di oltre duecentocinquanta organizzazioni ambientaliste, per i diritti umani, per lo sviluppo e per la comunità in tutto il mondo (tra cui Survival International) chiede una sospensione immediata dello sviluppo di programmi di biocrediti.
Oltre ai problemi tecnici, morali, filosofici e pratici legati all'attribuzione di un prezzo alla conservazione di specie - o interi ecosistemi - e al loro scambio con la distruzione in corso altrove, questa idea rappresenta una seria minaccia per i popoli indigeni. Questi ultimi dovranno affrontare una crescente pressione da parte degli accaparratori di terre, poiché i progetti di bio-compensazione cercano di trarre profitto dalla ricca biodiversità dei luoghi in cui vivono i popoli indigeni e che gestiscono da generazioni.
Problemi simili si sono già verificati molte volte con i programmi di compensazione delle emissioni di carbonio. Molti leader indigeni affermano che la mercificazione della natura, implicita nel biocredito e nel commercio, va contro le loro visioni del mondo e i loro valori.
Quindi, quanta speranza c'è per questa COP? Non molta, è la risposta onesta. L'intero processo di protezione della biodiversità è stato quasi subito acquisito dalle stesse istituzioni che per decenni si sono arricchite a spese delle popolazioni indigene, custodi di gran parte della biodiversità mondiale.
Come minimo, deve essere rispettato il diritto dei popoli indigeni di dare, o negare, il loro consenso libero, preventivo e informato a qualsiasi progetto che li riguardi. Le organizzazioni indigene, insieme ai loro alleati, faranno tutto il possibile per garantire che ciò avvenga.
La risposta a come proteggere la biodiversità mondiale è davvero molto semplice: rispettare i diritti territoriali dei popoli indigeni e affrontare le cause sottostanti alla distruzione della biodiversità, vale a dire lo sfruttamento delle risorse mondiali a scopo di lucro. Quanto sarebbe confortante se questo fosse in cima all'agenda della COP.
Note
* CON, qui sarebbe abbreviazione di Conservationism (conservazionismo), come si deduce dall’articolo [N.d.T.]
** «Tra i vari modelli di conservazionismo sviluppati nell’affanno di preservare la natura dall’attacco dell’uomo, il conservazionismo fortezza si caratterizza per demarcare aree dal forte interesse naturalistico da cui estromettere tutte le attività umane». Federazione GIAN APS, La conservazione fortezza (online) [N.d.T.]
Fiore Longo
Traduzione di Alessandro Cocuzza
Fonte: African Arguments 21.10.2024

