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Archivio di documenti e articoli per la discussione politica nella sinistra
  • lantidiplomatico

    Virtù e Vizi tra Hannoun, Trump, Piantedosi e Askatasuna. É la sicurezza, bellezza!

    di Fulvio Grimaldi

    mraepdnmgiaàdlpTra Piantedosi e Askatasuna

    Ho fatto bene a partecipare all’assemblea nazionale di Askatasuna, a Torino, in vista della manifestazione nazionale del 31 gennaio contro lo sgombero del più illustre centro autogestito d’Italia. Ho fatto bene perchè mi ha riportato in patria.

    Dopo aver speso in giro per il mondo e le sue guerre, rivoluzioni, regime change, gran parte degli anni dei miei quasi 92, o con tutto il corpo, o solo con la testa, è stato un bene ritrovarsi al complesso universitario “Einaudi”. Stare lì a scambiarsi due parole di verità e di volontà comuni in mezzo a una folla che, a forza di numeri e determinazione, di autodeterminazione in questo caso, valeva il triplo di quanto il ministro di polizia Piantedosi saprebbe scagliargli addosso attingendo a caserme e commissariati di Piemonte e Lombardia messi insieme.

    E sì che da quelle caserme l’altro capomanganelli, Salvini, vorrebbe far uscire e mettere in “Strade Sicure” altri 10.000 soldati. Solo che il ministro di quei soldati pare non ci voglia stare dato che, dice, gli servono per fare la guerra alla Russia (e alla Bielorussia). Quanto al cittadino che si trova dall’altra parte del fucile, sempre guerre contro di lui sono.

    Insomma, ripeto, ho fatto bene a farmi Roma-Torino-Roma in 16 ore di treno, visto che mi sono ritrovato, dopo tanto peregrinare per emisferi, a casa mia (nel senso di paese del quale sono cittadino e condivido qualche responsabilità) e a vociare e ragionare con esuberanti soggetti, pur distanti da me di almeno tre generazioni, ma che mi hanno dato un rassicurante senso di continuità. Continuità, nonostante tutto, di resistenza. Resistenza che qui aveva addirittura un retrogusto di controffensiva. Al punto che, quando dal palco, in fondo a gradinate da cui fluivano ondate di giovanissime teste e felpe, ho azzardato il paragone con un’assemblea di eskimo alla Sapienza nel ’68-’77, non mi sono arrivati né sberleffi, nè “di che cazzo stai parlando”, ma una specie di oooohtra la meraviglia e la conferma. C’era chi, per quanto ventenne, aveva memoria. Fondamentale per crederci.

  • unblogdirivoluzionari.png

    La censura invisibile

    Meta, algoritmi segreti e il monopolio privato della verità

    di Mario Sommella

    shutterstock 2560957567 1.jpgNon ti vietano di parlare: ti rendono invisibile. Il caso Barbero è solo l’ennesimo segnale di una democrazia digitale in ostaggio, dove poche multinazionali decidono cosa può diventare coscienza collettiva e cosa deve sparire dal dibattito pubblico

    .C’è una frase che mi torna in mente ogni volta che vedo queste scene: non stanno censurando un contenuto, stanno censurando la sua traiettoria. Non è il “cosa” che dà fastidio, è il “quanto” e il “come” quel contenuto riesce a circolare.

    E il caso Barbero – qualunque sia la lettura politica che ognuno di noi può dare al merito del referendum – è la fotografia perfetta di un problema enorme: la libertà di parola nell’epoca dei social è diventata una libertà condizionata, concessa in affitto da piattaforme private che decidono, in modo opaco, chi merita visibilità e chi deve sparire dal campo visivo collettivo.

    Qui non siamo davanti a una disputa tra “vero” e “falso”. Siamo davanti a qualcosa di più sottile e più pericoloso: la trasformazione del dibattito pubblico in un rubinetto. Un rubinetto che non controlliamo noi. E nemmeno lo Stato. Lo controllano pochi colossi multinazionali, proprietari dell’infrastruttura della conversazione.

     

    La censura del XXI secolo non ti zittisce: ti raffredda

    La censura classica aveva un volto brutale: il divieto, il sequestro, la repressione. Quella contemporanea è più elegante e più subdola: non ti impedisce di parlare, ti impedisce di essere ascoltato.

    Ti lascia pubblicare, ti lascia condividere, ti lascia perfino illudere di essere libero. Poi però entra in scena l’algoritmo, che lavora come un portiere di discoteca.

    Non ti dice “sei proibito”. Ti dice: “puoi entrare, ma resti in corridoio”.

    E nel corridoio non ti vede nessuno.

  • fuoricollana

    Stati Uniti-Cina, due immagini del mondo

    di Vincenzo Comito

    Contro la pretesa egemonica statunitense, la Cina promuove un nuovo multilateralismo incentrato su una profonda riforma dell’ONU per dare maggior spazio ai paesi del Sud del mondo e realizzare così un ordine internazionale più giusto ed equo

    Stati Uniti Cina due immagini del mondo g.jpgLe mosse di Trump sembrano cercare in primis di ostacolare in tutti i modi possibili, direttamente e indirettamente, l’ascesa della Cina sul piano economico, tecnologico, politico, rafforzando le strategie già praticate dagli Stati Uniti almeno sin dai tempi della presidenza Obama. Per altro verso, l’arrivo al potere di Trump sembra avere accelerato un processo di divergenza crescente tra i modelli politici ed economici dei due rivali.

     

    Due modi di immaginarsi il mondo

    Appare intanto opportuno collocare tali divergenze in un quadro più complessivo, in particolare per quanto riguarda la differente relazione dei due paesi con il mondo.

    L’approccio degli Stati Uniti, reso più esplicito e più evidente ora con la presidenza Trump, muove dal presupposto che gli Stati Uniti sono destinati da Dio a governare il mondo e i suoi affari e che il loro modello economico, sociale, politico è non solo superiore a quello di tutti gli altri, ma in sostanza anche quello definitivo (“La fine della Storia”). In tale quadro, riprendendo tra l’altro delle affermazioni recenti di Jeffrey Sachs, trattano le altre regioni come strumenti da manipolare a vantaggio degli Usa, con un nazionalismo che respinge il diritto e le istituzioni internazionali come ostacoli alla sovranità strategica del paese, con l’uso della forza e del ricatto per piegare chi pone degli ostacoli e con la brutalità in particolare nell’utilizzo della Cia e delle forze militari, come mostrano anche episodi molto recenti.

    Da ultimo il caso del Venezuela non dovrebbe certo sorprendere, né dovrebbe essere utilizzato per contrapporre il “cattivo” Trump ai “buoni” democratici del passato. In effetti qualcuno ha calcolato che negli ultimi settanta anni ci sono state molte decine di tentativi da parte Usa di rovesciare dei governi in carica in giro per il mondo, con repubblicani e democratici uniti nella lotta.

  • lantidiplomatico

    L'Iran tra distruzione occidentale e accumulazione cinese

    di Pasquale Liguori

    Per chi ha sempre guardato con favore a uno scenario multipolare come argine all'unilateralismo statunitense, gli eventi dell'ultimo biennio impongono una riflessione rigorosa, anche scomoda, ma necessaria. La solidarietà a Teheran, nel quadro delle costanti pressioni esercitate dal coordinamento tra Washington e Tel Aviv, rimane un punto fermo. Tuttavia, l'onestà intellettuale ci obbliga a decostruire la natura del supporto offerto all’Iran dal partner strategico orientale, la Cina.

    Non siamo di fronte al tradimento di un ideale - gli Stati non hanno sentimenti - ma all'applicazione ferrea di leggi economiche. È importante analizzare come la logica della centralizzazione del capitale stia ridisegnando gli equilibri, trasformando l'Iran da partner sovrano a nodo periferico di accumulazione, in una dinamica che vede convergere - paradossalmente - l'interesse di entrambi i blocchi globali verso una "stabilità subordinata" iraniana.

    La narrazione occidentale sul conflitto del giugno 2025 è stata letteralmente adulterata. Israele non ha ottenuto alcuna vittoria strategica. Il lancio di centinaia di missili balistici da parte delle forze iraniane ha dimostrato una capacità di penetrazione delle difese che ha scosso le certezze di Tel Aviv. L'Iran non è crollato militarmente.

    Tuttavia, il dato politico più rilevante è stato il freno imposto dagli stessi Stati Uniti. Washington ha scelto di chiudere l’escalation con un’azione lampo sui siti nucleari: un colpo scenografico, l’ultimo botto fragoroso, utile a segnare il punto. Ma, sul piano sostanziale, quell’attacco è rimasto largamente privo di conseguenze strategiche per l’Iran, che aveva già provveduto a mettere al sicuro gli asset più sensibili della propria ricerca e sviluppo.

  • linterferenza

    L’ipocrisia e il servilismo delle classi dirigenti europee

    di Fabrizio Marchi

    Lo spettacolo che sta mettendo in scena l’establishment politico e mediatico europeo negli ultimi mesi sul tema del rispetto delle regole e del diritto internazionale in contrapposizione alla aggressività e al banditismo trumpiano, è qualcosa fra lo stupefacente e lo stucchevole nello stesso tempo. Macron ha addirittura dichiarato di “rifiutare il nuovo colonialismo e imperialismo americano”. Ascoltare un presidente francese che accusa altri di colonialismo non ha termini di paragone; siamo alla pura comicità. “Gli USA – ha soggiunto – si stanno liberando dalle regole internazionali promosse non molto tempo fa”. E quali sarebbero queste regole che prima gli Stati Uniti avrebbero rispettato e ora non rispettano più? E quando mai la Francia, da sempre potenza colonialista per eccellenza, ha rispettato queste presunte regole? E quando mai gli Stati Uniti – con qualsiasi amministrazione – hanno rispettato le regole e il diritto internazionale?

    Diciamo pure che ormai è stato superato ogni limite alla decenza. Ci sarebbe da ridere se le cose non fossero purtroppo molto serie.

    I governi, e nel complesso tutte le classi dirigenti europee, hanno servito e sostenuto gli USA in tutte le loro guerre imperialiste, violato le regole e il diritto internazionale attaccando stati sovrani, bombardando, occupando e affamando interi popoli con embarghi criminali, hanno partecipato a guerre di aggressione e di saccheggio ipocritamente camuffate come “guerre umanitarie per portare diritti e democrazia (e naturalmente liberare le donne dal velo, e ci mancherebbe altro…)”, e ora, con la stessa faccia tosta, inalberano la bandiera del rispetto del diritto internazionale.