
I Giochi olimpici invernali di Milano Cortina determineranno l'emissione di 930mila tonnellate di anidride carbonica. Lo sostiene una ricerca del Scientists for global responsibility e del New weather institute. Un valore che cresce ulteriormente se si considerano i partner dell'evento che comprendono Eni, Stellantis, Ita. Il tutto mentre la crisi climatica minaccia la sopravvivenza stessi degli sport invernali
L'articolo Le emissioni climalteranti e gli sponsor fossili delle Olimpiadi “più sostenibili di sempre” proviene da Altreconomia.

Abbiamo iniziato oggi, mercoledì 28 gennaio, il terzo ciclo di incontri con il terzo gruppo di lavoro pianificato. Lo scopo è sempre quello di potenziare le risorse di resilienza e resistenza nell'interazione mamma-bambino. In questo caso stiamo lavorando con diverse Ong che si occupano di interventi nella sfera psicosociale e della salute mentale nella Striscia di Gaza.
Tra queste ultime ci sono Medici del mondo Francia, Aisha Association for Human Rights, alcuni studenti della Islamic University e i colleghi del Palestine children’s relief fund.
La giornata è andata molto bene, abbiamo lavorato ancora sui concetti di psicoeducazione, ci stiamo preparando allo studio e all’esperienza dell’aquilone della vita e poi cominceremo i due giorni di interventi nei campi profughi.
Sono sempre più convinto, attraversando questi spazi distrutti e trasformati in luoghi dello sterminio, che questo genocidio in corso sia rivolto con precisa crudeltà ai bambini. Dagli spari mirati ai punti del corpo che li rendono persone con disabilità alla vita che affrontano da superstiti, questo genocidio colpisce specificatamente e strategicamente i bambini.
Più del 60% della popolazione della Striscia è sotto i 16 anni, quindi necessariamente tutto ciò che è stato fatto in termini di devastazione e cancellazione di interi quartieri, di scuole, di paesaggi, è stato compiuto prevalentemente alle spese dei bambini.
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© Guido Veronese[/caption]
Osservandoli in questi miei lunghi viaggi -le quattro ore di trasferta giornaliera da Khan Younis a Gaza e ritorno- quello che vedo è la difficoltà, la fatica, di non ritrovarsi e non riuscire a muoversi in questi luoghi che sono stati trasformati affinché le nuove generazioni non abbiano spazio, non abbiano la speranza che in questa terra ci sia una possibilità di vita.
In questo momento i bambini stanno andando molto poco a scuola: ci sono turni di poche ore per tre giorni alla settimana, le classi sono affollate e manca tutto. Non ci sono i materiali, gli strumenti, le sedie per sedersi e frequentare in maniera dignitosa le lezioni.
Oltre alle strutture educative mancano i luoghi del gioco, mancano i luoghi dell'incontro, manca quella dimensione di rifugio, di protezione, di spazio sicuro che costituisce la casa. I bambini hanno perso i parenti, spesso uno o entrambi i genitori sono stati uccisi o imprigionati durante il genocidio.
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© Guido Veronese[/caption]
Molti di loro sono orfani dell’intera famiglia allargata. Decine dei loro famigliari sono stati assassinati e per la prima volta, qui a Gaza, sorge l’esigenza istituzionale di prendere in carico la crescita di molti bimbi rimasti da soli.
Una responsabilità impossibile in un Paese privato degli spazi educativi, del gioco, di tutti gli spazi della crescita in sicurezza che sono stati deliberatamente demoliti.
Un numero incalcolabile di bambini della Striscia vive con ferite e amputazioni, minori la cui salute è stata severamente compromessa. Molti sono nati durante la carestia, nel momento della fame procurata a Gaza da parte di Israele. Sono bambini che nelle prime settimane di vita e nei primissimi mesi della propria esistenza hanno subìto privazioni nutrizionali così importanti da comprometterne con certezza il neurosviluppo.
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© Guido Veronese[/caption]
Non sappiamo ancora quali saranno le conseguenze in termini cognitivi, comportamentali e per la loro salute fisica e psicologica, quello che sappiamo è che abbiamo di fronte una generazione di bambini resi disabili, che non dispongono di cure adeguate, privati dell’attenzione della famiglia, con i danni provocati dai lutti repentini e violenti. Adolescenti che non hanno una scuola né una propria casa.
Israele ha concepito una generazione a cui è stata sottratta l’infanzia in modo sanguinario. E il messaggio è chiaro e inequivocabile: per voi qui non c'è più spazio, la vostra storia qui è stata definitivamente e completamente cancellata.
L’invasione israeliana ha raso al suolo un Paese fino alle radici, affinché la colonna dorsale che garantisce un futuro e una generatività alla popolazione palestinese sia completamente annientata.
I bambini e le bambine per le strade sembrano muoversi come se questa terra non gli appartenesse più, cercano chiaramente di ricostruire delle rappresentazioni e dei luoghi di gioco ma sono immediatamente circondati dalla distruzione intorno e dalla devastazione interiore.
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© Guido Veronese[/caption]
Non si contano le volte in cui io per primo, in una manciata di giorni, ho visto le loro abitudini giornaliere alternarsi fra la ricerca di legno di risulta in mezzo alle macerie pericolanti per accendere un fuoco nel freddo e la selezione in mezzo alla spazzatura di qualcosa che potessero rivendere per procurarsi qualche soldo.
I bambini lavorano nella Striscia. Sono ambulanti di snack od oggetti in giro per le strade. Affrontano il traffico scomposto e la polvere. Attraversano la sporcizia delle discariche disseminate sul territorio. Ai bambini in questa situazione è stato portato via il diritto all’esistenza.
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© Guido Veronese[/caption]
Sono bambini sospesi, la cui infanzia è stata bloccata e violentemente rubata. Privati di qualsiasi visione di futuro in questa terra palestinese.
Dal canto nostro continueremo a lavorare per rafforzare le capacità di resistenza, sicuramente faremo tutto il possibile per concedere loro qualche ora di maggiore serenità. Faremo di tutto ma con la consapevolezza che non c’è uno spazio di recupero né un luogo di possibile superamento terapeutico dei livelli di sofferenza fintanto che non ci sarà giustizia e che il piano di annientamento genocidario proseguirà anche in questa fase.
Guido Veronese è professore associato di Psicologia clinica e di comunità presso l’Università di Milano Bicocca. Esperto di intervento sui traumi estremi e collettivi, lavora in zone affette da violenza politica, militare e gravi violazioni dei diritti umani. Dal 20 gennaio 2026 trova nella Striscia di Gaza con le squadre mediche d’emergenza coordinate dall’Organizzazione mondiale della Sanità. Da qui racconta la sua esperienza su Altreconomia. Qui si possono leggere la prima, la seconda, la terza, la quarta, la quinta, la sesta e la settima parte.
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L'articolo “A Gaza il genocidio colpisce specificatamente e strategicamente i bambini” proviene da Altreconomia.

Il nuovo report dell'organizzazione per i diritti umani B’Tselem accende i riflettori sulla violenza istituzionalizzata che caratterizza il sistema penitenziario di Tel Aviv. Attraverso 21 testimonianze di ex detenuti palestinesi, la Ong documenta trattamenti disumani, torture e abusi sessuali. Un quadro drammatico che chiama in causa le dirette responsabilità delle istituzioni israeliane e il silenzio complice della comunità internazionale
L'articolo L’inferno quotidiano. Le carceri israeliane come rete di campi di tortura proviene da Altreconomia.

Non possiamo sapere che cosa abbia sentito il Liquidambar monumentale avvertendo poco distante da sé le ruspe del Consorzio per l'Alta velocità Iricav Due abbattere altri 800 alberi del bosco ex Lanerossi di Vicenza. E neppure che cosa stia provando la comunità di tassi che popolava quell’area verde, sfrattata dalle proprie tane per fare spazio ai cantieri della Tav.
Forse questi altri esseri viventi non sono stati ingenui come noi nel credere a quanto dichiarato sul bosco nel luglio 2025, poi ufficializzato nel mese di dicembre, dal sindaco di Vicenza, Giacomo Possamai, Iricav e Rete ferroviaria italiana (Rfi).
Il 22 luglio 2025, infatti, il sindaco vicentino aveva testualmente affermato che “dopo mesi di confronto con Iricav e Rfi, abbiamo ottenuto un risultato importantissimo: l’area del cantiere Tav che doveva sorgere in questa zona sarà spostato altrove”. Un elogio era stato riservato all’impegno degli attivisti “che hanno saputo far emergere il valore di questo luogo unico: un’area privata con all’interno alberi monumentali; un ecosistema nato spontaneamente, oggi riconosciuto per la sua biodiversità e il suo valore simbolico”. Una buona notizia di cui Altreconomiaaveva dato conto la scorsa estate.
Cinque mesi dopo, il 13 dicembre 2025, Possamai aveva confermato ulteriormente: “È con grande soddisfazione che apprendiamo la notizia che Iricav Due ha ufficializzato la decisione di consegnare al Comune di Vicenza l’area del bosco ex Lanerossi, da sempre di proprietà privata. È una battaglia che abbiamo portato avanti con la città e grazie all’impegno degli attivisti perché il bosco, destinato ad essere abbattuto, era un’area verde troppo importante per un quartiere che, tra l’altro, dovrà subire i cantieri della Tav”. In questo intervento veniva aggiunto un punto importante che oggi suona come un monito: “Ora toccherà alla città preservare l’integrità di quest’area diventata di proprietà comunale”.
Parole che sono state smentite solo un mese più tardi, nel fine settimana del 23 gennaio 2026, con la denuncia di associazioni e comitati dell’abbattimento, avvenuto il 16 gennaio 2026, da parte di Iricav Due di circa il 45% dell’area ex Lanerossi di 16mila metri quadrati, popolata da oltre 75 specie vegetali e da molti animali. Una notizia che ha spiazzato tutti coloro che avevano creduto alla retorica della tutela del bosco, a cui era chiaro che solo una porzione di 4mila metri quadrati sarebbe stata strettamente indispensabile alla costruzione di una strada per i cantieri Tav verso l’Arsenale.
“Il progetto iniziale prevedeva la totale distruzione del bosco per realizzare un cantiere di circa 16mila metri quadrati -ricordano gli attivisti che si sono mobilitati dal maggio 2024, ottenendo la salvaguardia di questo prezioso bosco urbano-. Eppure è stato abbattuto quasi il doppio dell’area necessaria: 8mila metri quadrati circa di ecosistema, unico e prezioso, ridotti a segatura”.
Il 26 gennaio 2026 Altreconomia ha chiesto al sindaco Possamai una risposta su quanto avvenuto. “Il Comune ribadisce l’impegno per la tutela del verde -ha risposto-. A seguito dell’avvio dei lavori in questi giorni nell’area intorno all’ex fabbrica Lanerossi stiamo approfondendo se gli abbattimenti avvenuti nell’area del bosco siano pienamente in linea con quanto previsto”. Secondo il Comune ci sarebbe una confusione -non emersa però dalle dichiarazioni dello scorso luglio- tra “la parte storica del bosco Lanerossi”, che sarebbe salva, e “la situazione della fascia più vicina alla ferrovia” (che è ugualmente boschiva, ndr).
“In quell’area -prosegue il sindaco- il passaggio della strada dell’Arsenale e l’allargamento della sede ferroviaria erano previsti fin dall’inizio. Le dimensioni effettive di questo intervento sono l’oggetto degli approfondimenti che stiamo conducendo in questi giorni”.
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Quello che rimane dell'ex area Lanerossi dopo l'abbattimento di circa il 45% dell'intera zona avvenuto a metà gennaio 2026[/caption]
Mentre sono in corso questi controlli, associazioni e comitati riuniti nella difesa dei boschi urbani hanno presentato al Comune quattro richieste con l’obiettivo di vigilare sulla reale tutela dell’area.
La prima è che la zona, ormai disboscata ma non necessaria alla costruzione della strada dell’Arsenale, venga immediatamente restituita alla collettività, “consentendo alla vegetazione di ricrescere in modo naturale e procedendo a nuove piantumazioni solo dove strettamente necessario”.
La seconda richiesta riguarda invece l’assoluta e piena trasparenza da parte di Iricav Due sull’entità dei lavori e sui metodi con cui vengono realizzati in città, pubblicando per tempo tutti i progetti esecutivi”, non ancora resi pubblici.
La terza è che l’amministrazione comunale si faccia carico di monitorare i lavori nell’area del bosco Lanerossi, consentendo alle associazioni di effettuare controlli periodici.
Infine che venga salvato anche il bosco di Ca’ Alte, nello stesso quartiere di quello della Lanerossi, che dovrebbe essere abbattuto per fare spazio a un’altra opera complementare del Tav: il cavalcaferrovia di via Maganza. Su questo il comitato del quartiere Ferrovieri e Legambiente Vicenza si battono da mesi per chiedere di rivedere il progetto di cementificazione a favore di un collegamento ciclopedonale lungo il fiume Retrone, a basso impatto ambientale.
“Vicenza non rinuncia a difendere i suoi spazi naturali e continuerà a farlo con responsabilità e determinazione in ogni fase dei lavori che riguardano la città”, si difende il sindaco Possamai. Intanto, mentre la cittadinanza monitora e si mobilita contro la devastazione ambientale portata dai cantieri Tav a Vicenza, continuiamo a non sapere che cosa senta il Liquidambar o che cosa pensino i tassi o i caprioli su quanto sta succedendo al loro habitat. Di certo, illusi da una presunta “tutela del verde”, non abbiamo ancora imparato a fare loro le domande giuste, come ci ricorda la filosofa belga Vinciane Despret.
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L'articolo A Vicenza è stata abbattuta quasi metà del bosco ex Lanerossi per l’Alta velocità proviene da Altreconomia.

Occhiali specchiati, catena d’oro, camicia aperta e completo gessato: così si presenta sul palcoscenico il “Crazy Bosnian guy”, un bizzarrotour operator di Mostar, protagonista dello spettacolo “A volo d’angelo”, scritto e diretto da Federica Cottini e ora in tournée in diversi teatri italiani.
Ambientato tra il 1987 e il 2010 nel capoluogo dell'Erzegovina, lo spettacolo ricostruisce, attraverso la storia del suo protagonista -interpretato da Michelangelo Canzi-, quella del Paese. Dall’infanzia, quando l'unica preoccupazione è fare il bagno nel fiume e sognare il proprio futuro, alla guerra, in cui anche i beni di prima necessità non sono reperibili e per mangiare si cacciano i piccioni. Fino alla fase successiva del conflitto con il ritorno a una forzata normalità che in diversi casi è sopportata solo grazie all’utilizzo di droga, alcol e psicofarmaci.Alternando registri comici e drammatici, la regista accompagna lo spettatore nelle tappe principali della storia della Bosnia ed Erzegovina.
Cottini, com’è nata l'idea di fare uno spettacolo del genere?
FCDal 2022 in poi ho iniziato a fare dei viaggi in Bosnia. La prima tappa è stata Mostar dove lavoravo in un ostello. Lì ho incontrato una serie di personaggi, non troppo distanti dal protagonista dello spettacolo, che spesso raccontavano quello che è successo negli anni Novanta. Parallelamente mi rendevo conto che la maggior parte dell'utenza dell’ostello -ragazzi e ragazze internazionali tra i venti e i trent’anni- non sapeva esattamente cos’era stata questa guerra. Nel frattempo ho iniziato a scrivere un breve testo di questo viaggio nell’ambito di un esercizio scolastico all’Accademia di teatro Paolo Grassi di Milano. L’anno dopo sono tornata in Bosnia, questa volta a Sarajevo, e mi sono documentata ulteriormente: sono andata per la prima volta a Srebrenica e ho sentito rafforzarsi il desiderio di raccontare questa storia e di darle una forma compiuta.
Il protagonista, il “Crazy Bosnian guy” interpretato da Michelangelo Canzi, ha un ruolo centrale. Come è arrivata a lui?
FCPer un suo desiderio rivelatosi fortunatissimo per me. Con Michelangelo ci siamo infatti conosciuti alla Paolo Grassi, io nel corso di scrittura e lui in quello di recitazione. Durante un esercizio dovevamo far leggere i nostri testi alla classe degli attori. Il mio era quello sulla Bosnia. Ha letto il copione e ha detto “lo faccio io”. Da lì ho scoperto che anche lui era stato diverse volte a Sarajevo, era appassionato di Balcani e aveva ospitato dei ragazzi bosniaci, quindi aveva perfettamente presente quel contesto.
Come mai la scelta del monologo?
FCMan mano che scrivevo era sempre più chiaro che stava diventando un racconto sulla memoria, su cosa una persona può fare per rimettere insieme dei pezzi di vita che le sono rimasti in mano. Ho quindi pensato che dovesse per forza essere un lavoro che quell'individuo, quel personaggio, fa su se stesso, riunendo racconti e memorie che gli ritornano in mente volontariamente o suo malgrado quando gli viene chiesto di parlare della guerra aiwar tour che organizza per i turisti. È una riflessione ad alta voce su ciò che ha fatto per ricostruirsi dopo i danni subiti.
Attraverso il protagonista racconta anche altre storie, per esempio quella di una ragazza nata da uno stupro subito dalla madre a Srebrenica. Si è ispirata a qualcuno?
FCPossiamo dire che sono storie vere di persone che non esistono: quello che ho fatto è stato rielaborare racconti, materiali, fonti raccolte nei musei. Il Museo dei crimini contro l'umanità e del genocidio di Sarajevo, per esempio, è stato una risorsa d’oro dove ho trovato tantissime testimonianze preziose. Allo stesso modo anche il War Childhood Museum, sempre nella capitale, riunisce le storie e i ricordi dei bambini che hanno vissuto la guerra. Le loro testimonianze sono allucinanti. La stessa storia dell’amica a cui fa riferimento è ispirata a una testimonianza qui esposta di una bambina, ora donna, che dice: “Io non sono la figlia di un uomo malvagio, sono la figlia di mia madre”. Lo spettacolo è quindi un collage, spero verosimile, di tutti questi ricordi.
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In primo piano la regista e autrice dello spettacolo Federica Cottini, ex allieva della Civica scuola di teatro Paolo Grassi e vincitrice nel 2025 del concorso internazionale di corti performativi per la miglior drammaturgia - © Rebekka Fagnani[/caption]
Il debutto ufficiale dello spettacolo è stato nel 2025, trent’anni dopo gli Accordi di Dayton che nel 1995 hanno ufficialmente concluso la guerra in Bosnia ed Erzegovina. È stata una casualità?
FCSì assolutamente ed è una cosa di cui sono felice. Nel corso delle repliche a ridosso della data dell’anniversario lo abbiamo ricordato ma l’esigenza di questo spettacolo e di questa storia nasce da prima e dal fatto che oggi stanno succedendo le stesse cose, genocidio e violazioni dei diritti umani, solo più ad Est.
A che pubblico si voleva rivolgere?
FCIl mio immaginario era quello dell'Italia e soprattutto dei giovani che non conoscono molto questa storia. Inaspettatamente però ci sono state delle repliche con pubblico bosniaco in sala e i commenti più belli sono stati proprio quelli di chi ha detto di essersi ritrovato, o di una donna bosniaca che ora vive in Italia e che è tornata una seconda volta a rivedere lo spettacolo con un’amica, anche lei italo-bosniaca.
Temeva possibili critiche?
FCMi sono molto interrogata sul fatto se avessi oppure no il diritto di raccontare una guerra non mia, con un punto di vista interno, soprattutto considerando un Paese così complicato. Penso però che ascoltando e studiando tanto si possa trattare di tutto, anche di storie non nostre. Altrimenti si rischia di chiudersi dentro sé stessi e di limitarsi a parlare della propria vita. E in Bosnia, forse ancora più che altrove, c’è bisogno di togliere giudizio e di ascoltare le persone che hanno voglia di raccontare. Più fonti raccogli, più persone ascolti, più puoi avere un quadro ricco; non traggo però troppe conclusioni. Quello che so è solo che è un Paese dove mi fa tantissimo piacere tornare e che sento un po' come casa. Forse perché mi ritrovo molto nell’attitudine ironica e sopra le righe dei bosniaci, capaci di scherzare su tutto. L’ironia è bella per questo: ti permette di avvicinarti alle cose dolorose che non si riescono a raccontare “direttamente”. Lo scherzo diventa un meccanismo di sopravvivenza.
Nello spettacolo infatti si alternano toni drammatici a quelli più “pop”
FCSì perché i toni del linguaggio seguono i diversi piani temporali della narrazione. Nel presente il protagonista è un tipo di persona che ha fatto un certo percorso di vita e che oggi è riuscito a diventare un simpaticissimo affabulatore cialtronesco che porta in giro i turisti. L'altro piano è quello ovviamente degli anni della guerra dove non è possibile scherzare. E poi c'è il periodo del post-guerra che è forse quello più problematico di tutti: riaprono le discoteche, si rivedono persone, ma è un attimo che si cade in crimini, psicofarmaci e droghe. I tre toni e i tre linguaggi diversi derivano quindi da questi momenti e sono un ulteriore modo per accompagnare lo spettatore.
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"A volo d'angelo" è stato prodotto dal Teatro Nuovo di Pisa e dal Teatro della Cooperativa di Milano. Le prossime repliche saranno a Varese, Busto Arsizio, Empoli, Villasanta (MB), Novara, Bergamo, Boretto (RE) e Milano - © Denise Prandini[/caption]
Alla fine dello spettacolo avete deciso di vendere delle magliette il cui ricavato verrà devoluto all’associazione Ipsia che lavora nel cantone di Una-Sana con le persone in transito verso l’Unione Europea. Come mai questa scelta?
FCLa scintilla è partita dal momento in cui abbiamo trovato un motivo degno per farlo. Ho conosciuto Ipsia a novembre quando sono stata a Bihać. Le libere offerte che raccogliamo vengono devolute per comprare materiale ricreativo per chi passa dal campo per migranti di Lipa o dalla Casa in cui Ipsia accoglie minori. Il nostro prossimo lavoro parlerà proprio di rotta balcanica, un fenomeno che caratterizza la Bosnia di oggi e di cui in Italia si parla ancora troppo poco.
Lo spettacolo si conclude con un richiamo al suo titolo, “Volo d’angelo”. Perché questa espressione?
FCHo passato tante ore sotto il ponte Stari Most di Mostar -abbattuto durante la guerra e poi ricostruito- a guardare i ragazzi che si buttavano dai suoi 24 metri di altezza, pensando tutte le volte a quanto fossero matti. Mi sembrava però una metafora perfetta e concreta di questa storia: lasciare indietro le cose dolorose del passato e andare avanti, anche in modo pericoloso, correndo il rischio e senza sapere dove si arriverà, tuffandosi, tutte le sere d’estate alle sei, con le braccia aperte e le gambe piegate, a volo d’angelo.
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L'articolo “A volo d’angelo”. La storia della Bosnia ed Erzegovina a teatro, con leggerezza proviene da Altreconomia.