Fonte: Climate&Capitalism - 21.09.2026
Mentre sette dei “limiti planetari” già superati continuano a peggiorare ed aumenta il rischio di cambiamenti persistenti e irreversibili su larga scala, il nostro margine di errore nell’affrontare questi problemi si sta riducendo.
Clicca per ingrandire l'immagine. Sette dei nove limiti planetari sono stati superati. I colori (verde per “all’interno dello spazio operativo sicuro”, giallo per “zona a rischio crescente” e rosso per “zona ad alto rischio”) indicano lo stato di superamento dei limiti. Il boxplot riassume le 13 variabili di controllo utilizzate nella valutazione. La valutazione si avvale dei dati più recenti disponibili, alcuni dei quali risalgono a prima del 2026. Immagine: PBScience
Secondo l’ultimo Planetary Health Check, sette dei “limiti planetari” già superati continuano a peggiorare, mentre il calore record degli oceani, le siccità, le inondazioni, gli incendi boschivi e le ondate di calore estremo rivelano un sistema Terra sotto pressione. L’aggiornamento annuale è redatto da oltre 60 scienziati e prodotto dal Planetary Boundaries Science Lab presso il Potsdam-Institut für Klimafolgenforschung (PIK) [Istituto di Potsdam per la ricerca sull’impatto climatico].
I "limiti planetari" descrivono i processi interconnessi del sistema Terra che devono rimanere entro limiti di sicurezza per preservare la stabilità e la resilienza del pianeta. Sette dei nove limiti planetari sono stati ormai superati; l’acidificazione degli oceani è l’ultimo ad aver superato il proprio limite nel 2025. Tutti e sette hanno raggiunto i livelli di superamento più elevati mai registrati.
I sette limiti superati sono: cambiamento climatico, alterazione dell’integrità della biosfera, alterazione dei suoli, alterazione delle risorse idriche dolci, modifica dei flussi biogeochimici, introduzione di nuove entità e acidificazione degli oceani. Solo i limiti relativi all’impoverimento dell’ozono stratosferico e al carico di aerosol nell’atmosfera hanno mostrato un miglioramento nell’ultimo decennio. Tuttavia, gli autori avvertono che i progressi a livello globale potrebbero mascherare livelli pericolosi di aerosol che persistono in alcune regioni.

«La diagnosi è inequivocabile. La pressione sta aumentando su ogni limite planetario che si trova già al di fuori dello spazio operativo sicuro. Ciò significa che sta aumentando il rischio di cambiamenti persistenti e potenzialmente irreversibili su larga scala, mentre si sta riducendo il nostro margine di errore nell’affrontare questi problemi», ha commentato Boris Sakschewski, autore principale del rapporto.
«Il tempo è una risorsa che non abbiamo, ma disponiamo delle conoscenze, delle capacità e delle soluzioni per cambiare rotta. Accelerare l’azione per tornare nello spazio operativo sicuro in tutti i limiti planetari è essenziale per proteggere vite e mezzi di sussistenza, e per mantenere la promessa di una prosperità futura condivisa», ha affermato Johan Rockström, direttore del PIK e coautore del rapporto.
La vegetazione e i suoli assorbono una quota sostanziale delle emissioni umane di anidride carbonica, ma il ripetersi di ondate di calore, siccità, incendi e degrado degli ecosistemi può ridurre l’assorbimento di carbonio e, in alcune regioni, trasformare gli ecosistemi da pozzi di assorbimento a fonti di carbonio. Il rapporto di quest’anno esamina se i modelli che utilizziamo per calcolare il pozzo di assorbimento del carbonio terrestre possano sovrastimarne la resilienza.
«Il nostro percorso verso le emissioni nette pari a zero si basa sul funzionamento dei pozzi di assorbimento del carbonio. Le osservazioni attuali lanciano l’allarme sul fatto che il nostro pianeta potrebbe stare perdendo la sua capacità di assorbimento di fronte alle crescenti pressioni a cui lo stiamo sottoponendo», ha affermato Sakschewski.
Un anno di eventi estremi mette in luce rischi sempre più gravi
Il rapporto arriva dopo dodici mesi caratterizzati da fenomeni estremi sia sulla terraferma che negli oceani. Il riscaldamento causato dall’uomo ha intensificato diversi fenomeni meteorologici estremi di grande portata, mentre il degrado degli ecosistemi, lo stress idrico, i cambiamenti nell’uso del suolo, l’esposizione e la vulnerabilità sociale ne hanno spesso amplificato gli impatti.
Le inondazioni monsoniche del 2025 in Pakistan hanno colpito oltre 6,9 milioni di persone. Il contenuto di calore degli oceani a livello globale ha raggiunto un nuovo record nel 2025, con l’uragano Melissa che si è rapidamente intensificato fino a diventare un uragano di categoria 5 e ha colpito la Giamaica dopo aver attraversato mari eccezionalmente caldi. Da gennaio 2023 a settembre 2025, lo stress termico - tale da provocare lo sbiancamento - ha colpito circa l’84,4% della superficie mondiale delle barriere coralline, rendendolo il più grande evento di sbiancamento dei coralli mai osservato a livello globale.
Nel 2026, l’Europa occidentale ha registrato il periodo giugno-luglio più caldo mai registrato, accompagnato da siccità in Francia, Spagna, Germania e Regno Unito, con gravi incendi boschivi in tutta Europa e in Canada. Temperature da record sono state registrate anche in Giappone, Corea del Sud e in alcune zone del Medio Oriente.
Hindou Oumarou Ibrahim, presidente di Planetary Guardians, ha dichiarato: «Rileggete l’elenco: il Pakistan, i Caraibi, l’Europa e le barriere coralline dei nostri oceani. Non si tratta di emergenze separate; il pianeta ci sta dicendo, contemporaneamente in ogni regione, che ha perso il suo equilibrio. In qualità di presidente di Planetary Guardians, sento questa stessa storia ovunque io vada, sia da un pastore che vede le piogge venir meno stagione dopo stagione, sia da una comunità costiera che assiste all’innalzamento del livello del mare. Il “Planetary Health Check 2026” conferma con i dati ciò che le comunità in prima linea sanno già per esperienza diretta. Non possiamo più permetterci il lusso di trattare queste situazioni come crisi separate».
(Articolo elaborato da materiale fornito dal Potsdam-Institut für Klimafolgenforschung)
Traduzione a cura della Redazione di Antropocene.org
Fonte: Climate&Capitalism 21.09.2026

