Fonte: Michael Roberts blog - 05.01.2026
A poche ore dagli attacchi militari statunitensi in Venezuela e dalla cattura del suo presidente, Nicolas Maduro, il presidente Trump ha dichiarato che «le grandi compagnie petrolifere statunitensi sarebbero intervenute, avrebbero speso miliardi di dollari, avrebbero riparato le infrastrutture gravemente danneggiate e avrebbero iniziato a fare soldi per il Paese». Trump non ha nascosto che una delle ragioni principali dell'attacco e del rapimento di Maduro era quella di dare agli Stati Uniti il controllo delle vaste riserve petrolifere del Venezuela, da lui definite come «il nostro petrolio».

Secondo l'Energy Institute di Londra, il Venezuela detiene le maggiori riserve petrolifere al mondo – circa 303 miliardi di barili, pari al 17% delle riserve globali – superando l' Arabia Saudita, leader dell'OPEC+. Tuttavia, nonostante le sue vaste riserve, la produzione di greggio del Venezuela rimane ben al di sotto della sua capacità produttiva. La produzione, che negli anni '70 aveva raggiunto un picco di 3,5 milioni di barili al giorno (oltre il 7% della produzione globale), è scesa sotto i 2 milioni di barili al giorno durante gli anni 2010, registrando, lo scorso anno, una media di solo 1,1 milioni di barili al giorno.
Gli Stati Uniti sono ora il maggiore produttore mondiale grazie alla cosiddetta rivoluzione dello scisto bituminoso degli anni 2000. Ma questo significa che il mondo è sempre più sommerso dal petrolio, poiché l'offerta supera la crescita della domanda globale, che sta rallentando a causa della lenta espansione economica nella maggior parte delle principali economie e del graduale passaggio alle energie rinnovabili. Infatti, al momento dell'attacco al Venezuela, la quotazione del Brent Crude, uno dei tre benchmark [paramentro di riferimento] per il petrolio, era vicino ai minimi degli ultimi cinque anni, a circa 60 dollari al barile.
Trump potrebbe dire alle grandi compagnie petrolifere globali che ora è lui a governare il Venezuela, e che possono fare offerte per investire e fare «un sacco di soldi», ma le compagnie petrolifere potrebbero non esserne così sicure. Un ex dirigente della Chevron, Ali Moshiri, sta cercando di raccogliere 2 miliardi di dollari per acquisire diversi assests venezuelani. Ma si tratta di una scommessa, e le compagnie petrolifere - come la stessa Chevron che ha già una licenza dagli Stati Uniti per trivellare e produrre petrolio venezuelano - potrebbero non essere così entusiaste.
Il costo per il ripristino della produzione petrolifera venezuelana non sarà contenuto, poiché l'industria dispone di infrastrutture di perforazione fatiscenti e il petrolio estratto è "pesante". L'estrazione di questo petrolio extra-pesante richiede la perforazione di numerosi pozzi dalla vita relativamente breve - un processo abbastanza simile alla produzione statunitense di petrolio di scisto – seguita da una successiva miscelazione dei fanghi con petrolio più leggero o nafta in modo che possano fluire attraverso gli oleodotti prima di essere esportati e raffinati. La produzione di petrolio "pesante" richiede tecniche avanzate, come l'iniezione di vapore e la miscelazione con greggi più leggeri per renderlo commerciabile. Inoltre, le riserve del paese sono concentrate principalmente nella Cintura dell'Orinoco, una vasta regione remota nella parte orientale del Venezuela che si estende per circa 55.000 chilometri quadrati (21.235 miglia quadrate).
Inoltre, l'eccesso di petrolio ha già iniziato a incidere sui profitti derivanti da ulteriori esplorazioni ed estrazioni. Negli anni 2010, le perdite cumulative dell'industria statunitense dell'estrazione di scisto bituminoso hanno raggiunto quasi mezzo trilione di dollari. Tutto dipende dal "Break Even Price" [prezzo di pareggio], stimato in una media di circa 60 dollari al barile per lo scisto bituminoso americano. Tutto ciò avviene in un contesto in cui l'offerta globale di petrolio cresce più rapidamente della domanda: l'Agenzia Internazionale per l'Energia prevede un aumento dell'offerta globale di 3 milioni di barili al giorno nel 2025 e di ulteriori 2,4 milioni nel 2026, a fronte di un aumento della domanda di soli 830.000 barili nel 2025 e 860.000 nel 2026. Jorge León, di Rystad Energy, stima che raddoppiare la produzione a 2 milioni di barili entro l'inizio degli anni 2030 costerebbe 115 miliardi di dollari, circa tre volte la spesa in conto capitale complessiva di ExxonMobil e Chevron dell'anno scorso. Siccome, nell'attuale equilibrio mondiale tra domanda e offerta, un petrolio “pesante” deve essere venduto a un prezzo inferiore alla quotazione standard, come potrebbero ExxonMobil e Chevron rendere redditizia questa operazione?
Tuttavia, ci sono altri fattori dietro la mossa di Trump contro il Venezuela. La National Security Strategy lo chiarisce: la dottrina Monroe degli anni '20 dell'Ottocento è tornata con forza. All'epoca, il presidente Monroe dichiarò che le nazioni europee non dovevano interferire o cercare di controllare l'America Latina, poiché questa era sotto la "sfera di influenza" degli Stati Uniti d'America. Ora, sotto Trump, la globalizzazione ha ceduto il passo al "Making America Great Again", dichiarando perentoriamente che l'America Latina è il cortile di casa dell'imperialismo statunitense. Ciò significa che a nessun paese può essere permesso di resistere alla politica e agli interessi degli Stati Uniti. Devono essere instaurati "regimi amici" per consentire sia un uso privilegiato delle risorse da parte degli americani, sia la possibilità di negarle ai concorrenti. Ciò significa che la crescente influenza e gli investimenti cinesi nella regione devono essere bloccati: mentre - secondo l'Oxford Institute of Energy Studies - il petrolio venezuelano rappresentava solo 300.000 degli 11,3 milioni di barili importati quotidianamente dalla Cina nel 2025, le società della Repubblica Popolare Cinese avevano messo piede nell'industria petrolifera venezuelana.
Già nel 2024, al tempo della controversa rielezione di Maduro, avevo sottolineato che il capitalismo venezuelano era strettamente legato alla redditività del settore energetico, che era entrato in una spirale mortale a seguito del crollo dei prezzi del petrolio dopo il 2010 e delle sanzioni statunitensi.
I progressi raggiunti dalla classe operaia sotto Chávez negli anni 2000 sono stati possibili solo grazie al raggiungimento del picco massimo dei prezzi del petrolio. Ma poi, i prezzi delle materie prime, petrolio compreso, sono crollati. Ciò coincise, più o meno, con la morte di Chávez. Il governo Maduro perse il sostegno della sua base operaia, poiché l'iperinflazione distrusse il tenore di vita. Il governo Maduro si affidò sempre meno al sostegno della classe operaia, e sempre più a quello delle forze armate, che godettero di privilegi speciali. I militari potevano fare acquisti presso mercati esclusivi (ad esempio, nelle basi militari), avevano accesso privilegiato a prestiti, all'acquisto di auto e appartamenti e ricevevano sostanziosi aumenti salariali. Sfruttavano anche i controlli sui cambi e sui sussidi, ad esempio vendendo, con enormi profitti, benzina a basso costo acquistata nei paesi vicini.
La tragedia del Venezuela è che tutto dipendeva dal prezzo del petrolio; lo sviluppo dei settori non petroliferi, che comunque erano nelle mani di società private, era minimo o nullo. Non esisteva un piano nazionale indipendente di investimenti controllato dallo Stato. Considerando anche le sanzioni imposte dagli Stati Uniti e la continua sovversione del governo, la rivoluzione chavista aveva i giorni contati.
È una lezione per tutta l'America Latina. La deindustrializzazione del subcontinente a partire dagli anni '80 e la crescente dipendenza dalle esportazioni di materie prime sottopongono tutte queste economie alle volatili oscillazioni dei prezzi delle materie prime (agricole, dei metalli e del petrolio). Ciò rende impossibile qualsiasi politica economica indipendente, data la debolezza dei capitalisti nazionali e delle economie all'ombra dell'imperialismo americano.
Michael Roberts
Traduzione a cura della Redazione di Antropocene.org
Fonte: Michael Roberts blog 05.01.2026


