La relazione fra socialismo ed energia elettrica ha una base storica e le attuali discussioni sull'uso delle rinnovabili, come anche le speranze di "socialità" suscitate da queste tecnologie, riportano al centro l'argomento. Il seguente articolo ricorda ed aggiorna le origini della discussione e commenta anche ampiamente un recente articolo di Simon Pirani pubblicato su questo sito.

Nel febbraio 1920, dopo la sconfitta definitiva delle guardie bianche di Denikin, Lenin lanciò la parola d’ordine del primo piano quinquennale con la costituzione del GOELRO (ossia della Commissione statale per l’elettrificazione, embrione del GOSPLAN), la parola d’ordine era “socialismo = soviet + elettrificazione”. Si tratta di una parola d’ordine che contiene vari concetti importanti; da una parte il dominio del più moderno vettore energetico, l’elettricità, generata all’epoca principalmente da centrali idroelettriche gigantesche - delle quali ne erano in programma trenta, ma la cui realizzazione tardò ad arrivare almeno fino agli anni trenta e quaranta del secolo scorso - e dall’altra il controllo politico dello stato operaio e contadino, esemplificato dai soviet, che, ricordiamolo, erano consigli armati di operai, contadini e soldati in ogni luogo di lavoro. Essi in modo piramidale salivano dalla periferia del paese fino al soviet supremo, quindi una democrazia rappresentativa nella quale l’elemento determinante non era l’elezione di rappresentanti centrali da parte di tutto il popolo, supposto falsamente eguale, come avviene nella democrazia liberale, ma una dittatura delle classi lavoratrici che erano le uniche a godere del diritto di voto attivo e passivo e che partivano dal luogo di lavoro: chi non lavorava nella terra, nella fabbrica o era soldato nell’esercito non votava. E non contava nemmeno politicamente, non aveva diritto di organizzarsi in partito politico.
Ora, l’importanza dell’elettricità non può essere sottovalutata; l’importanza crescente della sua generazione è estesa a tutto il mondo moderno; certamente l’elettricità, a causa della sua forma fisica, rappresenta al momento la versione più pulita, efficiente e potenzialmente ubiquitaria di energia a disposizione dell'umanità; l’energia a sua volta è l’elemento basico del metabolismo energetico, dello scambio energetico e materiale fra uomo e Natura. Ogni azione necessita di energia per essere realizzata come ogni materiale, ogni oggetto per essere prodotto e trasportato sul luogo di utilizzo.
Però attenzione, l’elettricità non è una forma di energia “primaria”, non esistono miniere o giacimenti di elettricità, l’elettricità è un cosiddetto “vettore” energetico e dunque bisogna che convertiamo in elettricità, ossia in campo elettromagnetico orientato lungo un filo metallico o lungo un fascio di radiazione (come si fa in un caricabatteria senza filo) altre forme di energia come quella meccanica del moto dell’acqua, o quella chimica dei legami chimici, oppure quella radiativa della luce o il calore. In ogni caso avremo delle perdite più o meno grandi nel corso della trasformazione; tuttavia l’elettricità presenta dei vantaggi notevoli proprio in questo passaggio.
Per esempio una volta ottenuta, l'elettricità è integralmente trasformabile in calore, senza perdita, è trasformabile in movimento meccanico con una efficienza altissima superiore al 90%; è trasformabile in lavoro chimico con una efficienza alta, tanto più alta quanto più è bassa la velocità della trasformazione (la corrente cosiddetta); essa è per questo motivo accumulabile in modo integrale a certe condizioni con perdite relativamente limitate (si pensi ai condensatori e alle batterie); la sua capacità di diventare luce è limitata anche se tale valore si è innalzato parecchio con la scoperta della giunzione p-n, che è alla base dei led (e anche delle celle fotovoltaiche).
Tuttavia il processo opposto ossia il suo ottenimento da altre forme presenta delle difficoltà. La trasformazione di energia cinetica in energia elettrica è possibile con efficienze elevate, anche superiori al 90%, ed è il motivo per cui le centrali idroeletttriche sono così importanti e in paragone l’eolico ha una percentuale massima di trasformazione non superiore a 16/27, ossia il 59%. L'ottenimento dalla radiazione o dal calore è invece parecchio limitato: dalla luce la percentuale di trasformazione dipende dal numero di giunzioni p-n assorbenti, e per una sola non può superare il 32-33%, dal calore, la trasformazione che oggi domina la tecnologia elettrica, le macchine termiche impongono limiti concreti abbastanza bassi, in media sul 40-45% e che comunque non superano il 60-65% anche nel caso più avanzato, quello delle turbine ad alta temperatura. Tutti questi limiti di conversione sono imposti dalla cosiddetta seconda legge della termodinamica: parte dell’energia si dissipa in calore in ogni trasformazione, inevitabilmente.
Questa digressione tecnica può apparire pedante ma è utile per capire vantaggi e limiti dell’energia elettrica. Al momento, dato che usiamo come fonte basilare la combustione dei fossili e che dunque siamo soggetti all’efficienza limitata delle macchine termiche, noi sprechiamo in calore il grosso dell’energia primaria che usiamo: siamo dei grandissimi spreconi. Basta pensare che un motore di auto a combustione interna usa in media un quarto dell’energia chimica della combustione, e comunque non riesce ad usarne più di un terzo; solo nelle grandi turbine di ultima generazione, o nei diesel più grandi e lenti, questo rapporto si inverte.
D’altra parte, almeno potenzialmente, la trasformazione luce - elettricità se attuata in modo ideale (cioè con un numero alto di giunzioni p-n complementari) a causa della altissima temperatura della sorgente solare potrebbe dare anch’essa una percentuale superiore al 90% di conversione; dunque il futuro del fotovoltaico (FV) potrebbe essere sorprendente. Mentre da questo punto di vista il nucleare, in qualunque forma: fissione o fusione, è costretto a passare per il calore e non potrà MAI superare le efficienze che si diceva prima. La conversione diretta del nucleare in elettricità (possibile nelle cosiddette batterie atomiche, tramite una giunzione p-n) rimarrebbe anch’essa limitata e al momento è addirittura risibile. In conclusione il vettore elettrico su cavo metallico o fascio radiativo è una forma eccezionale di trasporto dell’energia e l’uso dell’energia elettrica è certamente qualcosa che se sfruttato a pieno rappresenta il massimo per l’umanità.
Nel 1938, già convinto della tecnologia FV, Richard Buckminster Fuller, uno dei più famosi architetti che ha inventato le tensostrutture e al cui nome è ispirato quello del fullerene, una delle forme allotropiche del carbonio, progettò una rete elettrica mondiale, basata sull’idea che mezza Terra è sempre esposta al Sole e che dunque la metà esposta può alimentare la metà non esposta; il progetto era basato anche su un ripensamento della geografia terrestre; nel senso che le mappe che siamo abituati a consultare sono tutte trasformazioni da una superficie sferica ad una piana e comportano grandi deformazioni che falsano la nostra immagine del pianeta.
Buckminster Fuller propose una diversa mappatura, basata su una figura simile all’icosaedro (un solido a 20 facce che approssima la Terra abbastanza bene e che può essere poi svolto in forma piana senza deformazioni); questa mappa denominata Dymaxion, evidenzia la possibilità di costruire una rete di trasporto dell’energia elettrica senza attraversare gli oceani ma sfruttando il fatto che i continenti mostrano una relativa contiguità, come si vede dalla figura sottostante. Una fondazione che sostiene tale progetto esiste fin dagli anni 70.
Un terzo insieme di concetti ci aiuterà a chiarire altri aspetti critici dell’industria energetica: quanta energia usa l’umanità e in che forma? E cosa cambierebbe con la transizione energetica?
Per fare esempi concreti userò i dati italiani; l’Italia usa una quantità di energia complessiva pari a circa 200 Mton di petrolio; per fare paragoni con l’elettricità vale la pena trasformare questo dato in TWh, ossia migliaia di miliardi di wattora; 1 Mton (Milione di tonnellate di petrolio equivalente, o Mtoe) equivale a circa 11.63 TWh (Terawattora). Quindi, per convertire da Mton a TWh, si può semplicemente moltiplicare il valore in Mton per 11.63. L’Italia usa una quantità di energia annua dell’ordine 200 x 11.63 TWh = 2326 TWh; di questi, solo circa 312 (2024) sono energia elettrica finale e data l'efficienza scadente della trasformazione da fossile a elettrico, come enunciato precedentemente, corrispondono in energia primaria, prima della trasformazione, a circa 715 TWh originali, oltre 400 diventano calore inutile.
Ne segue che se usassimo solo elettrico da solare o da eolico, quei 400 TWh di calore uscirebbero dal nostro bilancio energetico nazionale. In modo analogo succederebbe per l’energia necessaria per la mobilità: un motore diesel da auto ha un’efficienza inferiore al 30%, dunque anche lì, usando la mobilità elettrica, quel 70% di calore sprecato non entrerebbe più nel nostro bilancio energetico. Diverso sarebbe il caso per il riscaldamento degli edifici, nel senso che il calore ci servirebbe tutto, qualunque sia la sua origine: fossile o elettrico. Teniamo però presente che anche lì dei marchingegni come le pompe di calore (frigoriferi alla rovescia) possono avere la capacità di estrarre calore dall’ambiente moltiplicando la resa del loro motore elettrico x 3 o 4; insomma possiamo stimare, molto alla grossa, che con circa 1000 TWh di elettrico avremmo una resa simile a quella di 2300 TWh da fossile. Di quei 312 TWh elettrici finali, al momento noi ne produciamo con le rinnovabili totali poco più del 40% del totale, ossia 128 TWh, e di questi, circa 52 provengono da idroelettrico, 36 da FV, 24 da eolico e circa 5 da geotermico; l’installato totale di eolico e FV sono in termini di potenza elevati, ma risentono del cosiddetto fattore di capacità. Il fattore di capacità corrisponde alle ore annue durante le quali l’impianto funzionerebbe a massima potenza fornendo la medesima energia annua: circa 1200 - 1500 ore per il FV, e 2200 per l’eolico. In realtà, un anno è fatto di 8760 ore ed i fattori di capacità degli impianti idro o termici sono oltre le 6000 ore, dunque molto più elevati. Qualcuno esprime il fattore di capacità come percentuale, dividendo il numero di ore annuo per 8760. Questo corrisponde al fatto che i TWh prodotti dai 30 GW installati di FV sono circa 30 TWh, mentre i 12 GW di eolico hanno prodotto 24 TWh: questi rapporti sono dirimenti per il futuro.
E’ stato stimato che usando i tetti, il FV del nostro paese potrebbe arrivare a poco meno di 80 GW e dunque produrre circa 80 TWh, ma se facciamo due conti vediamo che per arrivare a 1000 TWh - e non potendo estendere l’idro tradizionale che è già saturo - dovremo installare grandi quantità di FV ed eolico. Supponiamo di voler fare metà e metà fra le due produzioni:
1000 - 128 = 872; di questi 872 supponiamo di fare 436 con eolico e 436 con FV; ci servirebbero dunque alla grossa altri 436 GW di FV (adesso ne abbiamo 30) e 200 o poco più di eolico (adesso ne abbiamo 12). Anche se sui tetti ne possiamo mettere 80, ne rimangono da mettere altrove ben 436 - 80 =356 GW NON SUI TETTI, contro 80 sui tetti.
Questa è la situazione tipica di un paese come il nostro, e non molto diversa sarebbe quella del resto del mondo.
C’è un ultimo aspetto che occorre commentare: come mai Buckminster Fuller pensava ad una rete mondiale dell’energia elettrica? Ci pensava a causa della irregolarità della produzione FV che dipende dall’irradiazione solare la quale a sua volta varia con la durata del giorno e con i fenomeni atmosferici e climatici. D’inverno o d’estate, ogni emisfero terrestre ha diversa irradiazione; quando l’emisfero Nord è in inverno (con minore irradiazione), quello Sud si trova nella situazione opposta. Mentre il primo presenterebbe un deficit produttivo, il secondo presenterebbe un eccesso; lo stesso fenomeno si presenta nel caso della rotazione terrestre: di notte il Sole non c’è e questo periodo di mancanza è più lungo durante l’inverno (ma stavolta la differenza è lungo i paralleli, non lungo i meridiani), occorrerebbe perciò recuperare energia dai paesi che stanno più a est di noi.
Dunque, nell’idea di Buckminster Fuller la rete serve a compensare questa inevitabile ma sistematica irregolarità nell’irradiazione planetaria. Questo problema è presente anche alla mente poco aperta dei moderni ingegneri ma la loro scienza, basata su una visione mercatista del mondo e stretta nei confini di ciascun paese o blocco economico, si concentra sugli accumuli di energia: siano questi sotto forma di grandi coppie di laghi fra cui pompare o far scendere acqua, di sistemi di batterie, di accumuli di pressione, calore o qualunque altra forma di energia da usare per superare le irregolarità della generazione di FV ed eolico.
Tuttavia, c'è da dire che da una parte i fossili costituiscono di per se un metodo comodo di accumulo avendo una densità energetica molto elevata, e dall’altra che le moderne esigenze di stabilità della rete elettrica non superano poche decine di GWh, o una frazione di TWh. L’Italia possiede un sistema di accumuli che può fornire in totale circa 0.1 TWh in tutto, dunque quantità di energia ridicole se le si paragona alle esigenze notturne o stagionali (dell’ordine di 1TWh al giorno) ed infatti lo scopo attuale è quello di far fronte alle instabilità di breve durata di frequenza della rete alternata, non di accumulare energia; instabilità che possono comunque portare a conseguenze, come visto in Spagna di recente.
Ovviamente si può pensare ad accumuli di lungo periodo - per giorni o settimane e legati alle esigenze invernali - solo in termini di sostanze chimiche: idrogeno, metano o ammoniaca di sintesi, ottenute a partire dall’eccesso estivo o giornaliero di produzione rinnovabile, sfruttando eventualmente la CO2 recuperata negli impianti di combustione, che servirebbero per qualche decina o centinaio di ore annue proprio per far fronte ai periodi di magra; ma questo vuol dire avere impianti economicamente in perdita, con elettrolizzatori e recuperatori di CO2 e reattori dedicati a questo scopo (la reazione denominata Sabatier, dal nome dello scopritore potrebbe trasformare idrogeno e CO2 in metano da accumulare); ma nulla di tutto ciò esiste ancora; non ci sono impianti di accumulo dell’ordine di TWh in nessun paese del mondo! Né si può pensare di distribuire tali impianti di accumulo/reazione in condomini, quartieri o addirittura case isolate, se non in casi particolari.
A questo punto, su questa base di concetti possiamo passare al commento di un recente articolo comparso in versione tradotta su questo sito.
L’articolo in questione è L'energia solare decentralizzata può essere strappata dalle mani del capitale, di Simon Pirani, pubblicato su questo sito il 21.05.2025, tradotto da The Ecologist, ma ancora più compiutamente l'autore esprime la sua posizione in questo articolo. Pirani parte da alcuni dati che a mio parere sono mal compresi ed interpretati e poi arriva ad alcune conclusioni che mi appaiono nel migliore dei casi populiste e comunque poco basate sui fatti. Faccio alcuni commenti di merito:
Anzitutto l’autore sostiene che il principale «proprietario mondiale di pannelli solari sui tetti è lo Stato cinese», i pannelli in questione hanno prodotto 120 TWh di elettricità. Questo è probabilmente vero, MA la Cina produce una quantità di corrente elettrica veramente gigantesca, di poco inferiore ai 10.000 TWh annui, per cui quei 120 TWh sono fra l’1 e l’1.5% del totale del prodotto; questa percentuale non è particolarmente alta, anzi, un paese come l’Italia, che è sostanzialmente al di sotto della media dei paesi più avanzati su questo terreno, ha circa 30 GW installati, di cui 10 (un terzo) sono installati sui tetti e producono all’incirca 10 TWh di elettricità all’anno, che rappresentano però oltre il 3% del totale dei consumi. Dunque, in proporzione, anche l’arretrata Italia produce più elettricità FV dai tetti della Cina. Il motivo è da far risalire al fatto che questa scelta produttiva interessa quella parte di popolazione che può permettersela perché ha un reddito più alto.
Abbiamo visto peraltro che questa scelta strutturale è assai limitata, e in un mondo futuro non potrebbe superare gli 80 TWh, ossia l’8% del totale necessario al paese ... e stiamo parlando solo della parte generatrice. Il FV non è fatto solo di generazione ma come tutte le rinnovabili necessita anche di accumulo (o di scambio); non avrebbe molto senso fare affidamento su questo tipo di generatori per risolvere il problema dell’elettricità. L’articolo continua elencando i casi di alcuni paesi poveri (in Africa o Asia) in cui la parte più ricca della popolazione usa il FV per rendersi indipendente da una rete elettrica nazionale incapace di fornire un servizio adeguato.
Ma questo è solo il portato della crescita capitalistica di quei paesi! Ancora una volta, non si tratta di una conquista rivoluzionaria o collettiva, ma delle possibilità che si offrono a chi si arricchisce più velocemente mentre quei paesi entrano nel mercato mondiale e per l’incapacità della borghesia locale di usare opportunamente lo Stato come mezzo di controllo sociale. Pirani conclude affermando che comunque in quei paesi «è chiaro che la proprietà domestica di un impianto fotovoltaico è meno diffusa rispetto ai paesi ricchi.»
L’articolo prende poi in considerazione la situazione negli USA, dove l'esistenza di una piccola borghesia è più estesa e dove il reddito medio consente il più alto tasso di produzione individuale di FV sul tetto. In USA, il 97% delle installazioni FV sono residenziali, con 5 milioni di impianti (il 7% di tutte le case americane) e 36 GW di potenza installata (superiore al totale italiano); ma questo cosa è se non la prova di una diversa distribuzione della ricchezza in USA? Ma comunque, anche in questo caso i rari dati del totale prodotto assommano a qualche percento del totale dell’elettricità. Nel 2023 il totale FV USA è stato di 268 TWh, di cui meno di 40 TWh è stato prodotto dagli impianti residenziali, assommando comunque ad oltre il 15% del totale: molto più della Cina in percentuale. Una conferma che questa situazione dipende solo dalla diversa distribuzione del reddito.
La conclusione un po’ ridicola di Pirani è che
Dal Pakistan alla California, le singole famiglie utilizzano i pannelli solari come strumenti per provvedere a se stesse e vendono il surplus sul mercato, proprio come fanno gli agricoltori.
Dunque, il massimo che propone è il modello del piccolo agricoltore casomai consorziato? O ancora,
Ma l'energia solare [prodotta] sui tetti e altre tecnologie decentralizzate si adattano bene anche a forme di proprietà comunitarie, cooperative e municipali che hanno una lunga storia associata al movimento operaio e alle visioni socialiste delle economie post-capitalistiche.
Questo è un coacervo di confusione; il socialismo non è mettere insieme tanti piccoli produttori, ma ridurre sotto il controllo politico dei produttori associati la grande produzione capitalistica! I Soviet del futuro potranno facilmente decidere le modalità di uso delle grandi strutture di produzione, scambio e accumulo dell’energia. Di certo non potrà farlo chi possiede la piccola percentuale sui tetti: una visione più piccolo borghese del socialismo non l’ho mai vista così poveramente rivendicata!
Concludo, notando di passaggio che personalmente, da pensionato, sono partecipe di una cooperativa nazionale per la produzione di energia rinnovabile, una comunità energetica, denominata ènostra, che mette insieme chi, in varie parti del paese, è disponibile a investire in un pezzo di impianto rinnovabile e goderne poi i frutti a prezzo costante (a meno dei costi del trasporto e della gestione). Per fare questo, un piccolo consumatore come me deve investire circa un euro per ogni kilowattora annuo necessario, dunque, nel mio caso, fra i 1500 e i 1800 euro per 20 anni, pagando l’energia ad un costo che non è al momento inferiore a quello di mercato, o lo è marginalmente. Facendo due conti, si vede che non è il motivo economico a spingere verso questo progetto e certo, chi è in ambasce da lavoro, non ha convenienza a farlo. Insomma, anche nel mio caso posso vantarmi di consumare questa piccola quota dei miei consumi totali in modo rinnovabile solo perché, dopotutto, non sono un pensionato povero. Ma non mi sento socialista per questo.
Il GOERLO del 1920, proposto da Lenin, fece seguito al decreto di esproprio di tutte le attività industriali e bancarie che furono nazionalizzate nel 1917-18; fra di esse c’erano le nascenti imprese elettriche, quasi tutte a capitale straniero. L’industria elettrica era allora nascente in tutto il mondo; in Italia, il primo esperimento di trasmissione dell'energia risale al 1884, quando in occasione dell'esposizione di Torino venne impiegata una corrente monofase da 3000 Volt e trasmessa per 42 km fino a Lanzo Torinese. Le principali iniziative elettriche italiane risalgono al 1905, con la fondazione della SADE. Furono impiegati nello sviluppo dell’elettricità i capitali ottenuti dalla nazionalizzazione delle ferrovie che avvenne in Italia con la legge 137 del 1905, e l’interesse del grande capitalismo si spostò dalle ferrovie alla nuova tecnologia elettrica.
L’URSS, utilizzando il modello economico del piano, si dotò di un progetto pluriennale e su scala nazionale di sviluppo della rete elettrica. La progettazione dello scheletro organizzativo della rete era stata elaborata in base alle necessità demografiche, alla previsione delle zone in via di sviluppo per ridurre le disuguaglianze economiche, sfruttando al massimo le immense risorse idriche. Questo, per favorire il pieno sviluppo dell’industria pesante e delle industrie di trasformazione particolarmente dipendenti dall’utilizzo di centrali elettriche, quali ad esempio le industrie della gomma sintetica, il tutto attraverso la costruzione di trenta centrali idroelettriche. Il primo compito del GOELRO fu quello di preparare un piano per l’elettrificazione della URSS da presentare all’approvazione dell’imminente VIII° Congresso dei Soviet nel dicembre 1920.
La precedenza data all’elettrificazione si informava al principio di Lenin secondo cui, in un paese arretrato quale era la Russia dopo la rivoluzione, era fondamentale la costituzione di una base energetica solida, condizione prima per lo sviluppo socialista nelle campagne, per promuovere la cooperazione agricola e nelle città attraverso la modernizzazione introdotta dalla tecnica e dall’industria. Il principio era riassunto nello slogan citato all’inizio: “il socialismo è uguale ai Soviet più l’elettrificazione”.
Lenin ci aveva visto giusto, il vettore elettrico ha consentito uno sviluppo senza pari delle forze produttive e con la sua efficienza di conversione e la sua capacità di portare energia anche nei posti più isolati rappresenta la condizione per la modernizzazione più pulita, ecologica e pacifica possibile della società umana. Ma senza il potere politico garantito dai Soviet sarebbe stata necessaria una immensa capitalizzazione, che fu possibile in Italia tramite il processo di nazionalizzazione delle ferrovie o dalle grandi dimensioni mercantili di altri paesi. La nazionalizzazione elettrica avvenne in Italia nel 1962, aprendo la strada al trasferimento dei capitali verso la nascente industria chimica, che si apprestava a lanciare l'invasione della plastica.
Il consumo di energia elettrica pro capite nel mondo è in media di circa 3,3 MWh all'anno. La Cina è il paese che produce più energia idroelettrica, seguito dagli Stati Uniti che però hanno puntato sull’uso del petrolio: 3 MTOE al giorno vengono impiegati solo allo scopo di produrre elettricità. In Italia, il consumo pro capite di energia elettrica è di 4,78 MWh nel 2020.
Qui ci sta una riflessione sulla riduzione dei consumi. Abbiamo visto prima che l’ingresso massivo dell’elettricità riduce lo spreco termico e dunque il consumo in termini di energia primaria, quella che viene dalle fonti “naturali”, qualunque esse siano. Questa riduzione intrinseca si aggiungerebbe ovviamente a tutte quelle riduzioni che si accompagnerebbero ad una società socialista: niente guerra, niente consumi inutili, spinti da una opprimente pubblcità e così via. Niente crisi di sovrapproduzione che hanno alle spalle sovraconsumi bestiali di energia.
Aggiungo però che questo non ci assicura di una riduzione assoluta dei consumi energetici finali semplicemente perché dobbiamo tener conto non solo dei nuovi impianti di cui abbiamo parlato (compresi quelli di cui non abbiamo parlato e che servirebbero per affrontare i nove limiti planetari), ma anche dei nuovi bisogni, a partire da coloro (e sono miliardi) che oggi non hanno cibo, acqua, elettricità, casa e sono miliardi di persone. Dunque dovremo fare riferimento in ogni circostanza all’equazione banale consumi = consumi-pro-capite x popolazione e considerare che tutti e due i termini a destra sono importanti. Una stima dei futuri consumi di energia non può che partire da questa semplice ma già contraddittoria realtà.
Oggi, la trasformazione elettrica è ancora in corso in interi continenti come l’Africa, ed in molti paesi dell’Asia (si veda la figura sotto) dove la generazione fotovoltaica consente di raggiungere anche quei luoghi dove l’idroelettrico non può arrivare o non è presente ... e ben venga! Ma per realizzare il socialismo rimane valido l’aforisma di Lenin, servono ancora i Soviet, il potere politico dei lavoratori e dei produttori associati, la condizione necessaria per assoggettare pienamente anche questa nuova forza produttiva, le rinnovabili, all’umanità considerata come specie.
Claudio Della Volpe

