Fonte: Michael Roberts blog - 24.11.2024

Con un finale tortuoso e doloroso si è chiusa la COP29, la conferenza internazionale sui cambiamenti climatici tenutasi a Baku, in Azerbaigian, paese ricco di petrolio. La questione principale era la cifra che i paesi ricchi avrebbero consegnato a quelli poveri per pagare i provvedimenti volti a mitigare il riscaldamento globale e a gestire i danni causati dall'aumento delle emissioni di “gas serra”.

L'obiettivo finanziario fissato era di oltre 1,3 trilioni di dollari all'anno entro il 2035. Ma l'accordo finale è stato siglato su soli 300 miliardi di dollari in sovvenzioni effettive e prestiti a basso interesse da parte del mondo sviluppato. Il resto dovrà provenire da investitori privati ​​e forse da imposte sui combustibili fossili e tasse per chi vola spesso (frequent flyer), i cui dettagli sono rimasti vaghi.

L'offerta dei paesi “sviluppati”, finanziata dai loro bilanci nazionali e dagli aiuti esteri, dovrebbe costituire il nucleo interno di un cosiddetto accordo finanziario "a strati", accompagnato da uno strato intermedio di nuove forme di finanziamento, come nuove tasse sui combustibili fossili e sulle attività ad alto contenuto di carbonio, lo scambio di emissioni di carbonio e forme di finanziamento “innovative”; e da uno strato più esterno di investimenti da parte del settore privato, in progetti come impianti solari ed eolici. Si è trattato di una “scappatoia” rispetto ai trasferimenti di denaro reali.

Mohamed Adow, direttore del think tank Power Shift Africa, ha affermato: «Questo [summit] è stato un disastro per il mondo in via di sviluppo. È un tradimento sia delle persone che del pianeta, da parte di paesi ricchi che affermano di prendere sul serio il cambiamento climatico. I paesi ricchi hanno promesso di "mobilitare" alcuni fondi in futuro, invece di fornirli ora. L'assegno è stato spedito. Ma adesso si stanno perdendo vite e mezzi di sostentamento nei paesi vulnerabili».

Juan Carlos Monterrey Gómez, inviato di Panama per il clima, ha concluso: «Questo non è assolutamente sufficiente. Abbiamo bisogno di almeno 5 trilioni di dollari all'anno, ma abbiamo chiesto solo 1,3 trilioni di dollari. Si tratta dell'1% del PIL globale. Non dovrebbe essere eccessivo, quando si parla di salvare il pianeta su cui viviamo tutti». L'accordo finale «non è nulla se lo si divide. Abbiamo bollette di miliardi da pagare dopo siccità e inondazioni. Non ci porterà sulla strada di 1,5 °C. Piuttosto a 3°C».

Oltre 60.000 persone si erano registrate per partecipare alla conferenza, che aveva visto i prezzi degli hotel salire del 500%. Una camera standard al Baku Holiday Inn costava 700 £ a notte per tutta la durata della conferenza, rispetto alle solite 90 £. Un sito web di tracciamento dei voli, Flight Radar 24, ha rivelato che 65 jet privati ​​sono atterrati a Baku nella prima settimana: il doppio del solito.

Edi Rama, Primo Ministro dell'Albania ha così commentato «Lì, la gente mangia, beve, si incontra e scatta foto insieme, mentre sullo sfondo si susseguono immagini di leader senza voce. Per me, sembra esattamente ciò che accade ogni giorno nel mondo reale. La vita continua, con le sue vecchie abitudini, e i nostri discorsi, pieni di belle parole sulla lotta al cambiamento climatico, non cambiano nulla. Che cosa significa, per il futuro del mondo, se i più grandi inquinatori continuano come prima? Cosa diavolo stiamo facendo in questo raduno, ancora e ancora e ancora, se non c'è all'orizzonte una volontà politica comune per andare oltre le parole e unirsi per un'azione significativa?».

Mentre il 2024 è sulla buona strada per stabilire un altro nuovo record riguardo alle emissioni globali di carbonio, alla COP29 non si è parlato di «transizione dall'uso di combustibili fossili», come promesso dalle nazioni del mondo solo un anno fa.


Gli ultimi dati indicano che le emissioni da carbone, petrolio e gas che riscaldano il pianeta aumenteranno dello 0,8% nel 2024. In netto contrasto, le emissioni dovrebbero diminuire del 43% entro il 2030 affinché il mondo abbia qualche possibilità di rispettare l'obiettivo di un aumento della temperatura di 1,5°C fissato dall'accordo COP di Parigi. Quell'obiettivo è morto e il pianeta si sta dirigendo rapidamente verso un aumento di 2,0°C (e oltre) rispetto all'epoca preindustriale.

Effettivamente, le attuali politiche vanno nella direzione giusta per innalzare la temperatura di 2,7°C. Secondo il progetto Climate Action Tracker, il livello di riscaldamento globale previsto entro la fine del secolo non è cambiato dal 2021, con “minimi progressi” fatti quest'anno. La previsione non è cambiata dalla Cop26 di Glasgow di tre anni fa. «È chiaro che non siamo riusciti a piegare la curva», ha affermato Sofia Gonzales-Zuñiga, di Climate Analytics. Il livello previsto di riscaldamento è leggermente inferiore se si includono impegni e obiettivi dei governi a 2,1°C, ma anche questo dato non è cambiato dal 2021. Il rapporto ha rilevato che il riscaldamento, nello scenario più ottimistico, è aumentato leggermente: da 1,8°C dell'anno scorso a 1,9 °C di quest'anno. Stiamo causando un riscaldamento globale cento volte più veloce rispetto ai cambiamenti naturali del passato. «Stiamo portando il clima della Terra oltre i limiti naturali, con livelli di CO2 e temperature mai visti da 3 milioni di anni», ha affermato Mark Maslin.

Cambiamenti nelle temperature medie globali che sembrano minimi possono portare a enormi sofferenze umane. Il mese scorso, uno studio ha dimostrato che metà dei 68.000 decessi per calore nel 2022 in Europa sono stati causati del riscaldamento globale di 1,3°C. Con le temperature più elevate previste per la fine del secolo, anche il rischio di eventi estremi, irreversibili e catastrofici, è destinato a crescere enormemente. I ricercatori hanno avvertito che la loro previsione di riscaldamento medio di 2,7°C entro il 2100, ha un margine di errore abbastanza ampio da potersi tradurre in temperature molto più calde di quelle previste dagli scienziati. «C'è una probabilità del 33% che la nostra proiezione sia di 3°C o più elevata, e una probabilità del 10% che sia di 3,6°C o più elevata», ha ribadito Gonzales-Zuniga. Quest'ultima probabilità sarebbe «assolutamente catastrofica», ha aggiunto.


E non si tratta solo di emissioni di carbonio. L'industria dei combustibili fossili emette quantità pericolose di metano, il più dannoso dei gas serra. Sebbene non persista a lungo nell'atmosfera come l'anidride carbonica, su una scala temporale di vent’anni il metano è ottanta volte più potente nell'intrappolare il calore. Si stima che sia responsabile del 30% del riscaldamento del pianeta dalla rivoluzione industriale.

Secondo uno studio pubblicato a settembre sulla rivista «Earth System Science Data», le emissioni di metano stanno aumentando a un ritmo record: negli ultimi due decenni, sono aumentate di circa il 20 %. Le concentrazioni atmosferiche del gas sono attualmente più di 2,6 volte superiori rispetto all'epoca preindustriale: le più alte degli ultimi 800.000 anni. Il metano viene immesso nell'ambiente in diversi modi: sfiatato nell'atmosfera dai giacimenti di petrolio e gas per motivi di sicurezza o in caso di emergenza, oppure “bruciato” da tubature o camini, che lo trasformano principalmente in fumo e anidride carbonica (se la combustione è inefficiente viene emesso anche metano puro).

L'inquinamento atmosferico da combustibili fossili è responsabile di un decesso su cinque in tutto il mondo, pari alla popolazione di New York City. Negli Stati Uniti, 350.000 morti premature sono attribuite all'inquinamento da combustibili fossili. L'esposizione al particolato da combustibili fossili (PM 2,5), ha causato il 21,5% dei decessi totali nel 2012, scendendo al 18% nel 2018 a causa delle misure più severe sulla qualità dell'aria in Cina. Al contrario, in India, l'inquinamento da combustibili fossili è stato responsabile della morte di quasi 2,5 milioni di persone (di età superiore ai 14 anni) nel 2018, rappresentando oltre il 30% dei decessi totali in India tra le persone di età superiore ai 14 anni. Migliaia di bambini di età inferiore ai 5 anni muoiono ogni anno a causa di infezioni respiratorie attribuite all'inquinamento da combustibili fossili.

L'economia mainstream non ha riconosciuto la portata e l'impatto delle emissioni di gas serra sull'economia mondiale. William Nordhaus ha ricevuto il premio Nobel (Riksbank) per l'economia nel 2018, per aver modellato statisticamente i costi e i benefici dell'azione sul cambiamento climatico attraverso la limitazione delle emissioni. È stato il pioniere dell'analisi economica mainstream del cambiamento climatico. Il contributo di Nordhaus è stato quello di sviluppare un modello che avrebbe potuto valutare il probabile impatto del cambiamento climatico sulle economie.

Nordhaus ha costruito i cosiddetti modelli di valutazione integrata (IAM, Integrated Assessment Models) per stimare il costo sociale del carbonio (SCC, Social Cost of Carbon) e valutare politiche di abbattimento alternative. Gli IAM vengono utilizzati per calcolare il SCC. Essi cercano di analizzare e interpretare la variazione incrementale o il danno alla produzione economica globale derivante da una tonnellata di emissioni antropogeniche di anidride carbonica o equivalenti. Queste previsioni del SCC sono utilizzate dai responsabili politici nelle analisi costi-benefici delle politiche di mitigazione del cambiamento climatico. Ma poiché le valutazioni d’impatto omettono molti dei grandi rischi, le stime del SCC sono spesso troppo basse. I valori dipendono in modo cruciale dallo “sconto” utilizzato per tradurre i costi futuri in dollari correnti.

Questi tassi di sconto sono fondamentali in qualsiasi discussione. La maggior parte degli attuali modelli di valutazione sull’impatto del cambiamento climatico si basa su due ipotesi errate: che le persone saranno molto più ricche in futuro e che le vite future sono meno importanti delle vite attuali. Il primo presupposto ignora gli enormi rischi di gravi danni e interruzioni dei mezzi di sussistenza causati dai cambiamenti climatici. Il secondo presupposto è una “discriminazione per data di nascita”. È un giudizio di valore che viene raramente esaminato, difficile da giustificare e in conflitto con la maggior parte dei codici morali.

Il tasso di sconto utilizzato per calcolare il probabile danno monetario alle economie è arbitrario. Se usiamo un tasso di sconto del 3%, l'attuale aumento del riscaldamento globale porterebbe a cinque trilioni di dollari di danni economici (perdita di PIL), ma il costo in denaro corrente del riscaldamento globale non sarebbe superiore a 400 trilioni di dollari, circa quanto la Cina spende per la ferrovia ad alta velocità. Quindi, con questo tasso di sconto, il riscaldamento globale causa pochi danni economici, il costo sociale del carbonio (SCC) è solo di circa 10 dollari/tonnellata e l’azione di mitigazione può essere limitata. Questo è ciò che Nordhaus ha utilizzato nel suo modello.

Ma perché il 3%? Nel 2018, Nicholas Stern, della famosa «Stern Review» sul cambiamento climatico, ha preso i dati di Nordhaus e ha applicato un tasso di sconto dell'1,4%. Ne è conseguito che l'SCC è salito a 85 dollari/tonnellata, il che significa che sarebbe costato alle economie 85 dollari per ogni tonnellata di CO2, ovvero: quasi tre trilioni di dollari. Più di recente, utilizzando metodi più complessi e ipotesi realistiche rispetto all'originale, le stime per l'SCC sono salite a 180-300 dollari a tonnellata.

Gli IAM di Nordhaus presentano difetti che li rendono pressoché inutili come strumenti di analisi politica. Gli IAM hanno difficoltà a incorporare la portata dei rischi scientifici, come lo scioglimento del permafrost, il rilascio di metano e altri potenziali punti critici. Inoltre, molti degli impatti potenziali vengono omessi, come i tanti conflitti causati dalle migrazioni di persone in fuga da aree colpite da calamità ambientali. Gli IAM non tengono conto dei rischi e dell'incertezza. Questi modelli stimano i danni annuali in base a un fattore di danno x moltiplicato per il T2 di quell'anno, il che significa, molto semplicemente, che la funzione di danno (damage factor)[1] è una linea leggermente inclinata verso l'alto.


 

L'economista del clima Martin Weitzman, collega di Nordhaus, recentemente scomparso, non era d'accordo con questo approccio di “scontare” il futuro. Weitzman sottolineava l'enorme incertezza nelle previsioni degli impatti climatici, tra cui punti critici, ampi margini di errore e “incognite”. In termini economici, ha definito tutto ciò come un enorme «rischio al ribasso», compresa una possibilità, potenzialmente piccola ma di fatto non prevista, di totale annientamento dell’umanità.

Weitzman sosteneva che i valori medi non raccontano tutta la storia.  In effetti, secondo Pareto, una funzione di distribuzione di probabilità delle proiezioni, ha delle “fat tails”,[2] che suggeriscono una probabilità dell'1% di un aumento della temperatura di 12°C. Weitzman affermava che: «la caratteristica più evidente dell'economia del cambiamento climatico è che il suo estremo lato negativo non è trascurabile. La profonda incertezza strutturale sulle incognite di ciò che potrebbe andare molto male, si accompagna a una responsabilità essenzialmente illimitata sui possibili danni planetari. Con un aumento della temperatura di questa entità, probabilmente l'umanità non sopravviverebbe. Il problema è che «nessuno vive nella “terra della media globale!”». La tempesta che segue una siccità e che scarica una stagione di pioggia in un giorno, ha probabilmente implicazioni per il rischio finanziario, ma non è acquisita nei parametri delle  precipitazioni medie annuali in una regione. I modelli economici ignorano queste sottigliezze del clima. Ad esempio, il modello utilizzato da molte banche centrali del mondo si basa su una funzione di danno che mette in relazione la produttività economica e del lavoro regionale con la temperatura e le precipitazioni annuali.

Steve Keen ha sostenuto che gli IAM «hanno presupposto che le relazioni empiriche derivate dai dati sulla variazione della temperatura e del PIL tra il 1960 e il 2014 possono essere calcolate fino al 2100, ritenendo quindi che 3,2°C in più di riscaldamento globale non altererà il clima! [Gli IAM] Hanno ipotizzato che i punti critici del clima terrestre, come le calotte glaciali della Groenlandia e dell'Antartide occidentale, la foresta pluviale amazzonica e la “Atlantic Meridional Overturning Circulation” [Circolazione Meridionale Atlantica] che oggi mantiene calda l'Europa, possano essere superati con un «minimo danno aggiuntivo al PIL».

I calcoli econometrici basati sul comportamento passato ignorano non solo i “punti critici” come le emissioni di metano dal permafrost in scioglimento, ma anche quelli che sono molto più facili da vedere, come il prosciugamento del Great Salt Lake. Anche la società ha punti critici; le infrastrutture hanno punti di rottura; gli ecosistemi hanno limiti; dopo un certo livello di aumento della temperatura, le colture non perdono produttività, semplicemente muoiono, lo stesso vale per gli esseri umani.

Nonostante gli enormi difetti degli IAM, essi continuano ad avere influenza sulla politica, in particolare per sostenere “soluzioni di mercato” al cambiamento climatico; soluzioni che non richiedono investimenti pubblici nel controllo del clima, o proprietà pubblica dell'industria dei combustibili fossili. Ad esempio, Nordhaus è stato invitato dalla BCE e dal G20 a fornire consulenza sulle misure per affrontare il riscaldamento globale. La sua risposta è stata quella del mercato del carbonio.

Gli IAM di Nordhaus presumono che l'economia mondiale avrà un PIL molto più grande tra cinquant’anni, quindi anche se le emissioni di carbonio aumenteranno come previsto, i governi potranno rinviare al futuro i costi della mitigazione. Al contrario, se si applicano misure rigorose di riduzione delle emissioni di carbonio, come ad esempio la cessazione di tutta la produzione di carbone, si potrebbero abbassare i tassi di crescita e i proventi, e quindi ridurre la necessità di mitigazione futura. Invece, secondo Nordhaus, con prezzi e imposte sul carbonio possiamo controllare e ridurre le emissioni senza ridurre la produzione e il consumo di combustibili fossili alla fonte.

Questa è la soluzione per i prezzi e le imposte sul tabacco/sigarette. Più alta è l'imposta o il prezzo, più basso è il consumo, senza toccare l'industria del tabacco. Tralasciando la questione se il fumo sia stato davvero sradicato a livello globale grazie alla regolazione dei prezzi, il problema del riscaldamento globale può essere davvero risolto dai prezzi di mercato? Le soluzioni di mercato al cambiamento climatico si basano sul tentativo di correggere il “fallimento del mercato” incorporando gli effetti nefasti delle emissioni di carbonio tramite un sistema di imposte o quote. L'argomentazione è che, poiché la teoria economica tradizionale non incorpora i costi sociali del carbonio nei prezzi, il meccanismo dei prezzi deve essere “corretto” tramite un'imposta o un nuovo mercato.

I paesi partecipanti alla COP29 hanno raggiunto un accordo sulle regole di un mercato globale per acquistare e vendere crediti di carbonio che, secondo i sostenitori, mobiliterà miliardi di dollari in nuovi progetti finalizzati a combattere il riscaldamento globale. Eppure i crediti di carbonio si sono rivelati falsi.  L'anno scorso, un'indagine di Bloomberg ha scoperto che quasi il 40% delle compensazioni acquistate nel 2021 proveniva da progetti di energia rinnovabile che in realtà non evitavano le emissioni.

Questo approccio è irrimediabilmente inadeguato e inattuabile. I piani mondiali per l'energia pulita (e sono solo piani) sono quasi un terzo al di sotto di quanto è necessario per raggiungere quella cifra. E per raggiungere il livello di investimenti necessario, i finanziamenti per il clima dovranno aumentare fino a circa 9 trilioni di dollari all'anno a livello globale entro il 2030, rispetto a poco meno di 1,3 trilioni di dollari nel 2021-22, secondo la Climate Policy Initiative. L'obiettivo di 1,3 trilioni di dollari fissato dalla COP29 (e comunque non raggiunto) è di gran lunga inferiore.



Alla COP29, il capo del FMI, Kristalina Georgieva, ha dichiarato che «il 98% dei finanziamenti per l'adattamento proviene da fonti pubbliche. Questo non è sostenibile. Dobbiamo sfruttare il settore privato sia per l'adattamento che per la mitigazione. È possibile!» E il capo della BCE, Christine Lagarde, ha aggiunto: «Dobbiamo sbloccare urgentemente tutte le possibili fonti di capitale, in fretta e su larga scala». Ma i finanziamenti privati ​​per il clima sono patetici, con solo 21,9 miliardi di dollari nel 2022, secondo l'OCSE. E finora, gran parte dei finanziamenti pubblici sono stati presi dai budget di aiuti esteri vigenti. Secondo Oxfam, nel suo Climate Finance Shadow Report 2023, solo 21-24,5 miliardi di dollari, degli 83 miliardi di dollari, rimangono come puro finanziamento per il clima senza vincoli.

Perché l'obiettivo climatico non viene raggiunto? Perché i finanziamenti necessari non arrivano? Non è per il costo delle energie rinnovabili. Negli ultimi anni i prezzi delle energie rinnovabili sono crollati drasticamente. Il problema è che i governi insistono sul fatto che gli investimenti privati ​​dovrebbero guidare la spinta verso l'energia rinnovabile. Ma ci sono investimenti privati solo se è redditizio investire.

Il problema è la redditività. La redditività media, a livello globale, è a bassi livelli e di conseguenza la crescita degli investimenti in tutto il mondo è rallentata. Ironia della sorte,i prezzi più bassi delle energie rinnovabili trascinano al ribasso la redditività di tali investimenti. La produzione di pannelli solari sta subendo una forte contrazione dei profitti, insieme a quella dei parchi fotovoltaici. Ciò rivela la contraddizione fondamentale degli investimenti capitalistici tra la riduzione dei costi, attraverso una maggiore produttività, e il rallentamento degli investimenti, a causa del calo della redditività.

Questo è il messaggio importante di un altro eccellente libro di Brett Christophers, The Price is Wrong – why capitalism won’tsave the planet. Christophers sostiene che non è il prezzo delle energie rinnovabili, rispetto a quello dei combustibili fossili, a rappresentare l'ostacolo al raggiungimento degli obiettivi di investimento per limitare il riscaldamento globale. [L'ostacolo] è la redditività delle energie rinnovabili rispetto a quella della produzione di combustibili fossili.

Le soluzioni di mercato non funzioneranno perché per le aziende capitalistiche non è redditizio investire nella mitigazione del cambiamento climatico. Come ha affermato lo stesso FMI: «Gli investimenti privati ​​in capitale produttivo e infrastrutture devono affrontare costi iniziali elevati e incertezze significative che non sempre possono essere valutate. Gli investimenti per la transizione verso un'economia a basse emissioni di carbonio sono inoltre esposti a importanti rischi politici, illiquidità e rendimenti incerti, a seconda degli approcci politici alla mitigazione e degli imprevedibili progressi tecnologici».

Infatti: «L'ampio divario tra i rendimenti privati e sociali degli investimenti a basse emissioni di carbonio è destinato a persistere, dal momento che i percorsi futuri per la tassazione e la tariffazione del carbonio sono altamente incerti, non da ultimo per ragioni di economia politica. Ciò significa che non solo manca un mercato per la mitigazione climatica attuale, poiché le emissioni di carbonio non sono attualmente prezzate, ma manca anche un mercato per la mitigazione futura, il che è rilevante per i rendimenti degli investimenti privati in tecnologie, infrastrutture e capitali per la mitigazione climatica». In altre parole: non è redditizio fare qualcosa di determinante.

Un piano globale potrebbe indirizzare gli investimenti verso cose di cui la società ha bisogno, come l’energia rinnovabile, l’agricoltura biologica, i trasporti pubblici, i sistemi idrici pubblici, la bonifica ecologica, la sanità pubblica, le scuole di qualità e altri bisogni attualmente insoddisfatti. E potrebbe uniformare lo sviluppo in tutto il mondo, spostando le risorse dalla produzione inutile e dannosa del Nord allo sviluppo del Sud, costruendo infrastrutture di base, sistemi igienico-sanitari, scuole pubbliche e assistenza sanitaria. Allo stesso tempo, un piano globale potrebbe essere finalizzato a fornire posti di lavoro ai lavoratori disoccupati a causa del ridimensionamento o della chiusura di industrie inutili o dannose.

Pianificazione, non determinazione dei prezzi. La COP29 non ha offerto nulla del genere.


Note

[1] N.d.T. Damage factor: funzione di danno, l'equazione che rappresenta la produzione economica persa ogni anno in funzione dell'aumento medio della temperatura globale.

[ 2] N.d.T. Fat Tails: delle probabilità che il dato possa essere maggiore di quanto altrimenti previsto.



Michael Roberts

Traduzione di Alessandro Cocuzza

Fonte: Michael Roberts blog 24.11.2024